
Incipit
Il 9 dicembre 2025, con un trailer quasi cinematografico, Kid Yugi annuncia di aver chiarito la propria missione: il corto rappresenta una sorta di messa in scena in cui, in un ambiente fittizio, un prete si impegna in un monologo su cosa definisce un eroe e di come i valori morali siano cambiati nella società odierna. Mi soffermerò più avanti sul discorso in questione. Il giorno successivo, il suo terzo disco, Anche gli Eroi Muoiono, viene annunciato ufficialmente, accompagnato da una copertina che ritrae la commemorazione della morte dell’artista stesso, simile a quella del video. Il messaggio appare subito chiaro: gli eroi muoiono, ma il nostro eroe, Yugi, si è risvegliato dall’aldilà per smontare e ridimensionare la nostra concezione di questo termine.
Nell’ultimo articolo avevo messo in luce quanto il concept di I Nomi del Diavolo, il male nel suo più semplice significato, fosse in realtà una maschera per una forte presa di coscienza, una critica alle istituzioni e un’analisi sociale. In quel caso, Francesco si rivelava essere uno dei tanti nomi di Lucifero: come abbiamo visto, però, ciò si è sviluppato in un discorso di resa personale agli istinti negativi, disegnando la psicologia dell’artista come buona, ma succube della propria natura. AGEM completa questa visione: se tutti noi produciamo il male ma sappiamo di possedere in noi la virtù, ecco che la nostra maschera odierna è quella degli eroi.
È su questo presupposto che Yugi scrive questo progetto: tutti siamo eroi, perché siamo stati portati a pensare che siamo destinati a questo titolo. L’appellativo di eroe, però, nasconde una debolezza intrinseca indissolubile: la fragilità. È nel momento in cui le parole cambiano, il giudizio scema e la nostra figura perde l’equilibrio costruito che il baratro si spalanca e l’eroe muore, prima agli occhi degli altri e poi agli occhi nostri.
È allora il momento di riprendere il discorso del trailer, riportato poi dallo stesso Kid:
Cosa vuol dire essere un eroe? “Operare il bene con tutte le proprie forze”, direbbero i più. “Fallire miseramente in nome di un’utopia”, tuonerebbero i malvagi. “Dar prova di coraggio e abnegazione di fronte a pericoli e avversità”, intonerebbero gli accademici. Ecco, tutte queste definizioni sono sbagliate, vecchie, obsolete, superate, adatte ad epoche passate, a un mondo in cui la distinzione tra bene e male era netta e irriducibile.
La società contemporanea, quella dei consumi che promuove l’individualismo e glorifica l’egoismo, la società che ha sacrificato i valori della giustizia sostituendoli con quelli del merito, è riuscita ad amalgamare i due assoluti. Ma quindi, se bene e male si somigliano, se le persone optano per l’uno o per l’altro secondo un unico criterio - l’utilità - come possiamo noi riconoscere un eroe? O, ancora peggio, è possibile che questo mondo non sia più in grado di produrne? Ecco che la civiltà che ha sopperito a questi dilemmi nel modo più stupido e ingiusto: rendendoci tutti speciali. O almeno, facendocelo credere.
Ci hanno insegnato che ognuno di noi è l’eroe della propria storia, che ognuno di noi è un predestinato, un talentoso, un genio mandato sulla terra per assolvere a un compito divino. In questo voi credete. E in questo credo anch’io. Ora più che mai la mia missione appare chiara, limpida, come il cielo di marzo. Io sono il vostro memorandum e porto un unico messaggio: anche gli eroi muoiono.
Trailer di Anche gli Eroi Muoiono
Le radici dell'eroe
Il monologo, e forse l’intero progetto, partono da un interrogativo: cosa significa essere un eroe. D’altronde, più titoli del disco nominano figure epiche o imponenti, da Davide a Gheddafi. Questi nomi saranno analizzati meglio dopo, in quanto la tesi sviluppata dal prete che incalza il discorso è che le figure classiche siano ormai decadute, adatte a epoche passate. Un suggerimento ulteriore sull'ideologia di Yugi è la motivazione portata avanti per argomentare questa estrema affermazione: il problema è la convergenza moderna tra valori morali positivi e negativi; lo Yin e lo Yang che si fondono in un grigio che non lascia spazio all’unicità.
Vale allora la pena di fare un salto nel passato, periodo nel quale ipoteticamente vigeva questa ambita distinzione. Ovviamente, essa è il risultato dell’evoluzione di un paradigma prima sociale che filosofico, ma di cui possiamo comunque trovare interpreti e fautori. In particolare, andrei a sviscerare la concezione di virtù, il ponte che lega il concetto di bene e l’eroe come promotore di tale concetto: d’altronde, il termine eroe risulta essere colui che dà prova di magnanimità, coraggio e ingegno, caratteristiche tali da poter essere incluse sotto l’ombrello della virtù.
L’idea di virtù, nella letteratura greca, non nasce come puro perseguimento del bene, ma piuttosto come vigore fisico e morale, coincidente con la realizzazione personale. Esistevano più modi per ottenere questo status, denominato aretè: dal dimostrarsi un abile guerriero, come Achille o Ettore, al saper governare le pólis con equilibrio, come Pericle o Solone. Erano proprio il coraggio e la sobrietà a definire un individuo virtuoso, elevandolo al di sopra degli altri. Questa concezione è meglio descritta in due dialoghi platonici, il Menone e la più nota Repubblica.
Nel Menone, dialogo integralmente fondato sulla ricerca del significato di virtù e sulla possibilità di tramandarla, si svolge tra Menone, un condottiero in cerca di risposte, e Socrate, padre accademico e ideologico di Platone, che infatti svolge il ruolo del saggio. Nel districato tentativo di trovare una soluzione, i due passano dall'idea di virtù come capacità di comandare alla conclusione che la essa riseda in conoscenza e ragionevolezza, ne consegue che per Platone e in generale per la cultura greca la virtù sia la scienza del corretto riconoscimento e uso del bene in tutte le sue forme.
Nel libro IV de La Repubblica, Platone fa pronunciare a Socrate che la giustizia è la virtù dell’anima, ed essa può presentarsi nella società solo grazie alla coesistenza di altre tre virtù: la sapienza, il coraggio e la temperanza. Segue una famosa tesi quasi chimerica per il pensatore ateniese, quella del filosofo al potere delle pólis, in quanto unico a tendere alla conoscenza e dunque alla miglior politica grazie a giustizia e incorruttibilità.
Insomma, possiamo già dedurre che dagli albori della civiltà moderna la figura del virtuoso è collegata ai valori sia di saggezza che di audacia. A supporto di questa visione, alcuni scritti di Aristotele rimarcano questa visione duplice della virtù, per cui tanto il coraggio quanto la scienza appartengono a questo insieme.
Tenendo presente questa concezione della virtù, ora analizziamo come ciò si lega alle prime forme di eroismo, in modo da comprendere l’evoluzione del ruolo.
La narrazione delle gesta di un eroe è un topos letterario nella cultura e la letteratura greca-romana: basti pensare alle dodici imprese di Eracle (Ercole), detentore di virtuosità per antonomasia, alle gesta belliche del Pelìde Achille di Omero, a Teseo e il suo ingegno a Creta o, avanti negli secoli, all’arduo cammino di Enea nel fondare la stirpe latina.
Tutti i personaggi che ho riportato presentano due caratteristiche comuni: la prima è che le storie che li coinvolgono sono così affascinanti e avvincenti da essere ricordate ancora oggi, tanto da essere ancora studiate a scuola. Questo aspetto non è da sottovalutare: la civiltà greca ha posto le basi sociali, scientifiche e filosofiche per quella odierna, tra pensatori reali e miti immorali, dagli abitanti dell'Olimpo all'astrazione per l'iperuranio. In ogni caso, la grandezza di queste storie ha conferito a questi personaggi - e ai loro scrittori - una fama incancellabile in millenni. La seconda caratteristica, però, è forse quella più interessante, e riguarda il motivo per cui sono state narrate le gesta di questi personaggi. Qui possiamo dedurre tre ragioni: intrattenimento delle corti, creazione di miti intergenerazionali e, ciò che interessa a noi, la dimostrazione concreta di questi pensatori e poeti di cosa rende le persone degli eroi.
Cosa rende Ulisse un eroe, ma non Agamennone? Perché oggi è ricordato il primo come eroe, e non il secondo? La risposta è banale ma affascinante, e centra il cuore del discorso: un’eroe è storicamente un personaggio (o una persona) che diviene celebre grazie all’uso della propria virtù, spesso unica nel suo contesto. Non poteva essere definito eroe un personaggio afflitto da vizi, così come non poteva esserlo chi non era in prima linea: l’eroe è qualcuno talmente astuto, coraggioso e buono da non poter restare indistinto.
La dottrina della virtù è ripresa vigorosamente in epoca greca e poi romana dagli stoici, che mettevano tale valore, assieme a quello della ragione e della natura, al centro della loro ricerca alla vita tranquilla (apatia) e felice (eudaimonia). La disciplina dello stoicismo si basava proprio sulle quattro virtù cardinali descritte da Platone nei dialoghi già citati, sviluppando ulteriormente il tema. Grazie a figure stoiche come Seneca o Marco Aurelio, i paradigmi di virtuosismo hanno avuto ruolo centrale nella transizione a tanti pensieri occidentali nei secoli successivi.
In tal senso, il discorso del prete è corretto: è certo che questa idea di eroe fosse insita nella cultura orale e letteraria di epoche passate.
Tornando all'evoluzione della figura, si può ora compiere un passo avanti fino all’epoca medievale. Senza indugiare troppo su come la cultura e i valori cristiani abbiano influenzato e cambiato la società europea nel corso del periodo, un aspetto è sicuro: il valore dell'agire nel nome del bene è stato amplificato, mentre sempre più demonizzati sono gli individui che si prestano al vizio, come chiaramente narrato da Dante nel dipingere le pene di chi non ha presentato virtù religiose nella propria vita terrena. La prova di questa congettura è il trionfo dei poemi epici come genere più diffuso e apprezzato.
Se la narrazione di gesta leggendarie, tramite miti ed eroi, era ovviamente emersa ben prima con i già citati Iliade, Eneide o persino tramite la Guerra Civile di Lucano, narrando di eroi già ben noti, nel periodo medievale i poemi epici fiorirono in tutta Europa. È qui che inizia la parte più interessante: nonostante il genere sia lo stesso celebre tra gli Elleni, ciò che differisce sono i valori evidenziati dagli scrittori.
Prima di affrontare questa fase, però, è necessario nominare uno dei primissimi poemi epici della civiltà umana: l’Epopea di Gilgamesh, racconto babilonese. Se questo nome vi ricorda qualcosa, è perché è esattamente uno dei titoli del disco che stiamo trattando: tratterò avanti il brano, ma ciò fa già intuire come Yugi abbia girato attorno a tutta la figura dell’eroe nella cultura moderna per arrivare ad una definizione personale.
Incisa su una tavoletta di argilla, questa narrazione descrive le vicende di Gilgamesh, il re di Uruk, un sovrano divino della cultura mesopotamica. Gilgamesh, lussurioso e dispotico re, viene messo alla prova dagli dei, facendo sorgere una serie di vicissitudini che lo portano a riflessioni su morte e immortalità. In sostanza, è il primo e vero eroe raccontato dal genere umano. Possiamo già osservare come, nonostante sia considerato un eroe, presenti più vizi che virtù per noi.
Tornando al periodo che va dal medievale al barocco, gli esempi di poemi epici nelle terre europee sono decine: Da Artù a Roland, da Beowulf a Orlando, da Goffredo a Lucifero (di Lucifero e Paradise Lost ne ho parlato qui). Ognuno di questi eroi, tra audaci e inusuali, è unico e mosso da obiettivi differenti ma, parallelamente alla cultura greca, tutti presentano le virtù del coraggio e dell’astuzia. Ciò non deve però trarre in inganno: le virtù possono anche coincidere, ma è ciò che muove personaggi, ossia ambizioni e obiettivi (dunque i valori), a divergere dal passato e tra epoche diverse. Per farlo, approfondirò meglio due di questi poemi, scritti a pochi decenni di distanza ma profondamente diversi.
La Gerusalemme Liberata di Tasso, di fine 500’, ha come protagonista Goffredo che, consigliato da un arcangelo, entra nel ruolo di comandante dell’esercito che andrà a scontrarsi a Gerusalemme in quella che conosciamo come prima crociata. In questo caso, il protagonista, il nostro cavaliere-eroe, persegue la morale cristiana, tanto che il suo esercito è aiutato dagli angeli, mentre l’esercito musulmano è supportato da diavoli. Nondimeno, i protagonisti cristiani, da Tancredi a Rinaldo, sono tutti valorosi e audaci, mentre a quelli musulmani sono state riservate due strade: o la sconfitta per mancanza di grazia divina o la conversione finale al buon cristianesimo.
A inizio 500’, sempre nella corte di Ferrara, Ludovico Ariosto scriveva l’Orlando Furioso in pieno Rinascimento: questa narrazione ha carattere più ironico, emotivo, profano e casuale rispetto alla disciplina letteraria ferrea cristiana. Pur parlando anch'esso di una guerra tra cristiani e pagani, il nuovo cavaliere-eroe è più umano e meno fedele: in generale, è un protagonista meno controllato e più fallibile rispetto ai classici guerrieri cristiani. A proposito del poema, non tutti si saranno accorti della citazione dello stesso Yugi a questo eroe:
'farei l'oceano a nuoto, l'equatore a piedi,
volerei fino alla luna per prenderti il senno' - Kid Yugi, Per te che Lotto
propio come Astolfo che recupera il senno del cugino Orlando sulla luna, perso dal protagonista per via del suo innamoramento, che lo ha spinto a nuotare lo stretto di Gibilterra.
Pur sottolineando la complessità della caratterizzazione dei personaggi, l’importanza data all’etica di Tasso e la differenza degli intenti dei due poeti dei D’Este, l’aspetto che vorrei sottolineare è che mentre il primo scrive in un periodo di controriforma cattolica, il secondo lo fa nel cuore del Rinascimento, periodo di grande innovazione e libertà, anche rispetto alla fede.
Questo, secondo la mia intuizione, può significare solo una cosa, semplice ma cruciale: sia Orlando che Goffredo sono passati alla storia come eroi perché incarnavano i valori importanti per la società in quel preciso momento storico. È un ribaltamento del paradigma precedente: Achille non è un eroe perché ha prodotto virtù, Achille è stato disegnato come eroe secondo il concetto ellenico di virtù. Non c’è eroe senza un contesto e senza persone che si ci rispecchino.
‘Senza guerra non ci sono eroi’ - Kid Yugi, L’ultimo a morire
Le virtù propagandate dagli idoli sono - e sono state - talmente ferree nel corso della storia umana, che spesso si è ricorso alla violenza necessaria nei confronti di chi non si fosse coniugato a tali valori: sia oggi che mille anni fa, da atti terroristici alle crociate, gli uomini hanno lottato in nome dei propri valori, proprio in virtù di diventare loro stessi degli eroi. Tuttavia, questa furia cieca contro le diversità difficilmente è mai stata davvero giustificata, e proprio Yugi vuole ricordarcelo aprendo il disco con questa citazione:
‘Ai soldati che chiedono: “come distingui un cataro da un buon cristiano?” Simone di Montfort, comandante del re in dotazione al papa per la prima crociata, risponde: “Uccideteli tutti, Dio riconosce i suoi”’ - Kid Yugi, L’ultimo a morire
Questa constatazione è esattamente in linea con il discorso del prete, perché renderebbe veritiera l'affermazione che nella società moderna gli eroi non sono coloro descritti dalle definizioni accademiche o storiche: gli eroi hanno il volto della società, ed è il nostro.
Lo specchio degli eroi
Nel corso del tempo la civiltà ha vissuto un’enorme evoluzione ma con radici sempre ben salde al passato: per questo il termine eroe ha ben presto preso due prospettive opposte. La prima è quella dell’eroe classico, legato a valori e narrazioni passate come i già citati Achille e Orlando, la seconda è quella dell’eroe attuale, ovvero un individuo che rispecchia le virtù del tempo attuale.
È dunque con il ‘900 che questo spettro si è sempre più espanso, giungendo a chiamare con lo stesso appellativo eroe sia un guerriero acheo, che un cavaliere coraggioso, che un morto in guerra, che uno scienziato, che un leader ideologico, che un personaggio dei fumetti. In particolare, con la transizione all’immaginario pop, le generazioni post-guerra hanno sempre più accostato la parola eroe a quelli, ad esempio, della Marvel (o come preferirebbe Yugi, Chuck Norris). Al contrario, nei periodi bellici, venivano intitolati eroi coloro che avevano valorosamente dato la vita per la patria; nomina che nel corso dei decenni tende sempre più a affievolire, soprattutto dal punto di vista di quelle persone che non hanno mai vissuto quei rovinosi eventi.
Queste osservazioni non fanno altro che ricalcare quanto detto prima: gli eroi sono, anche oggi, coloro che rispecchiano le virtù più importanti di quel preciso periodo storico, anche retroattivamente. Con quest’ultima specifica voglio chiarire che coloro che oggi chiamiamo eroi, un giorno potrebbero non esserlo più e, al contrario, alcuni individui da noi poco considerati potrebbero essere etichettati come tali. Ciò che non sappiamo è cosa sarà considerato virtuoso in un prossimo futuro. Questa considerazione rispecchia l’affermazione del prete: i valori citati da accademici e storici sono adatti a epoche passate non perché quelli non siano eroi, ma perché non riescono ad esserlo in questa specifica società.
Il mercato degli eroi
La società contemporanea, quella dei consumi che promuove l’individualismo e glorifica l’egoismo, la società che ha sacrificato i valori della giustizia sostituendoli con quelli del merito, è riuscita ad amalgamare i due assoluti. Ma quindi, se bene e male si somigliano, se le persone optano per l’uno o per l’altro secondo un unico criterio - l’utilità - come possiamo noi riconoscere un eroe?
Se un tempo una persona veniva riconosciuta per virtù interiori, la tesi di Yugi è che oggi non sia più così: il denaro ha reso questo sistema morale un puro gioco di lucro e spettacolarizzazione.
Possiamo semplificare il filo affermando che una struttura simile, in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, ha creato un circolo nichilista che nel corso dei decenni ha portato le persone smettere di rincorrere le virtù morali, come quelle religiose, per perseguire il denaro. Non accade per natura umana: la società concede benefici maggiori, ossia un migliore tenore e stile di vita, a coloro che mostrano merito lavorativo, che esso derivi da impegno, ingegno, fortuna, raccomandazione o usanze.
È soprattutto su quest’ultimo punto che la società interconnessa punta il dito contro: perché un influencer o un calciatore dovrebbe guadagnare più di un medico che salva vite umane? Anche qui affrontiamo un discorso complesso, ma che porta ad una conclusione: così funziona il capitalismo, per cui più sei in grado di generare denaro, più ne ottieni. Lo stesso Yugi ammette di non sottrarsi a questa ingiusta logica:
‘il mio credo è: Soldi’ - Kid yugi, Jolly
È necessario affrontare le conseguenze di un sistema simile sulla morale umana: se non è più necessario essere buoni, e anzi spesso conviene scendere a compromessi, perché dovrei farlo? Così la macchia nichilista si espande globalmente, raggiungendo ogni strato della società.
Non a caso, su questo argomento già Marracash aveva fotografato contraddizioni moderne macchiate di vizi morali:
‘Li odio perché riescono ad andare su Marte, ma non a fare la cura alla sclerosi al mio amico’ - Marracash, Loro
Secondo me, questo verso racchiude molto bene in soggetto del dibattito capitalistico, oggi più che mai attuale, arrivando a parlare addirittura di Tecnofeudalesimo (Varoufakis), ossia un sistema economico che ha sostituito il capitalismo, perché ormai sotto lo scacco dei magnati delle big tech. È evidente infatti come oggi priorità e capricci di multi-miliardari siano posti più in alto di alcune necessità morali.
Il concetto che emerge è che una società simile, basata sulla legge del più forte, sulla supremazia del benessere del singolo individuo e sul conseguente egoismo sia sul piano economico che etico, il sistema millenario chiamato società è ormai un insieme disgiunto di persone, che difficilmente condividono visione di insieme.
‘Non è che se non sei chiuso in gabbia sei libero’ - Marracash, In faccia
Il discorso si intrica ulteriormente se si giunge a parlare del consumismo, fenomeno che da un lato garantisce una continua circolazione di denaro e la crescita continua del mercato, ma dall’altro, quello della società, comporta una lenta tendenza a disparità sempre maggiori e a danni ambientali. La verità è che le persone tendono a sentirsi migliori tramite consumi di livello più alto: ovviamente, tutto ciò è un’illusione. D’altronde, questa dinamica collima perfettamente con il pendolo di Schopenhauer: insoddisfazione e noia vengono oggi riempiti dalla moltitudine di offerte che arrivano ai nostri occhi, ma la realtà è che spesso al nostra vita non osserva cambiamenti significativi. Inoltre, queste fattispecie socio-economiche sono accompagnate sempre più spesso da infime tecniche di mercato come l’obsolescenza programmata.
‘Io sono un prodotto e questa pelle è il mio packaging’ - Kid Yugi, L’ultimo a cadere
‘La tele trasmette fasto e ricchezza, viste dagli occhi di povertà e tristezza, l’equilibrio si spezza’ - Jake la Furia, Vida Loca
‘La tv parla di macchine tedesche, moda italiana e tecnologia giapponese, viaggi in Tunisia e bella vita’ - Marracash, Estate in Città
Con un semplice ragionamento, si può affermare che il consumismo sia l’inevitabile risultato in un capitalismo tecnologicamente avanzato. Ne consegue che nella nostra società, consumo sfrenato e meritocrazia siano la base di un castello che fa gli interessi di pochi. Una società fondata su questi due elementi presenterà per forza di cose molti individui il cui scopo è l’accumulo di denaro senza alcun fine morale e virtuoso superiore: è qui che si impone la parabola del dio denaro (ne ho parlato sempre qui) e della perdita di vista su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Non c’è giusto e sbagliato se il fine non è il bene, ma possedere.
È in questo frangente filosofico che si inserisce un’enorme categoria di individui: dal politico corrotto e populista, allo streamer portatore d’odio e molestia e in generale a tutti quegli individui, qualsiasi mestiere abbiano, che pongono il profitto al di sopra delle loro responsabilità morali.
Giungiamo al fulcro della questione. Se alcuni di questi personaggi sono definiti eroi da certe masse, davvero l’eroe di oggi è qualcuno di buono e virtuoso? Oppure è solo la nostra percezione? La risposta di Yugi è molto interessante: oggi non solo la società è basata su merito e utilità, ma anche l’eroismo. Se chi è un eroe persegue la virtù solo per egoismo o interesse personale, non esistono davvero eroi. La tesi dell’artista è che ormai la nostra società è talmente fitta di interessi legati al denaro e allo status sociale, che non esiste più il bene fine a sé stesso: è sempre un appagamento personale.
Siamo tutti eroi
O, ancora peggio, è possibile che questo mondo non sia più in grado di produrne? Ecco che la civiltà che ha sopperito a questi dilemmi nel modo più stupido e ingiusto: rendendoci tutti speciali. O almeno, facendocelo credere.
Nel momento in cui bene e male risultano secondari all’utilità, cosa rende eroi? Come si può dedurre dalle ragioni precedenti, la risposta è che le persone non hanno più fiducia nelle azioni del prossimo: è probabile che forme di gentilezza siano opportunismo e che le parole siano diverse dai fatti. Questa dinamica sociale ha reso le persone diffidenti, rendendo le figure pubbliche non più portatori della loro morale, ma del solo benestare economico. Il processo nichilista porta a conseguenze tristi per la società: nessuno è più un eroe, nemmeno chi si proclama come tale e persino chi se lo meriterebbe. D’altronde, sarebbe del tutto impossibile trovare una persona, o meglio un valore, che oggi possa mettere tutti d’accordo: il pensiero empatico e trasversale è talmente svanito che gli individui iniziano a seguire una certa corrente di pensiero collettiva.
‘E d’un tratto capii che il pensare è roba da idioti’ - Kid Yugi, La violenza necessaria (dal monologo di Alex in Arancia Meccanica)
Basti pensare alla figura dell’attivista Greta Thunberg, veemente attivista per la salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo: la sua parabola è stata discendente perché, nella dinamica consumistica, le sue parole sono state seguite fino a quando non è più convenuto fare l’opposto. Lei è ancora lì, a predicare gli stessi valori e le stesse problematiche di dieci anni fa; ciò che è cambiato è l’approccio di massa e media nei suoi confronti. Al contrario, talvolta è considerato eroe chi, sconsideratamente, intrattiene con ignoranza su questioni simili:
‘Gli eroi sono morti, ora è tempo dei jolly’ - Kid Yugi - Jolly
Gli eroi non ci sono più. Non perché non esistono, ma perché per noi è difficile riconoscerli: a seconda della narrativa, il loro ruolo si altera.
Per questo, come dice il prete, è iniziata un’enorme leva consumistica sull’essere noi stessi gli eroi. Mandare un like per supportare una causa è essere eroi, acquistare un certo prodotto fa di noi eroi, vincere ad un gioco rende eroi. Una piccola azione positiva è talmente semplice da compiere, ma allo stesso tempo talmente (e forzatamente) appagante che risulta l’unico esempio di virtù che abbiamo davanti. In questo mondo globalizzato, chi si proclama eroe è troppo lontano da noi: siamo noi stessi a pensare di rendere il mondo un posto migliore.
Questa non è una bugia: il O almeno, facendocelo credere di Yugi non ha carattere polemico, rivolto alle buone azioni delle persone, ma al fatto che la realtà è che queste piccole azioni non ci salveranno da un infausto destino utilitaristico. Salvare un animale non ne fermerà il bracconaggio o l’abuso, riciclare correttamente non fermerà le sporcizie delle multinazionali, avere fiducia nelle istituzioni non ci tornerà davvero indietro.
Questo ci fanno credere: ogni nostro gesto di buon animo è speciale e ci rende piccoli eroi, ma nel bene o nel male portiamo avanti la grande macchina economica. Come dice Yugi, nemmeno il più talentuoso e geniale può ritenersi tale, perché le sue particolarità saranno probabilmente esaltate in maniera sovversiva. Pensiamo che possiamo fare il bene, ma banalmente risulta difficile quando non tutti cercano di fare lo stesso. Affacciarsi su questa verità ci rende più vigili ma soprattutto disillusi, facendoci fallire come i virtuosi del nostro percorso di vita, distaccandoci dal ruolo di anomalia del sistema: è per questo che anche gli eroi muoiono.
‘Dio si sbaglia, gli eroi muiono’ - Kid Yugi, Mostro
‘Pensavo che ogni uomo mente a sé stesso, e la bugia aiuta a vivere meglio’ - Marracash, In faccia
‘Perché i potenti vincono, mentre gli eroi muoiono?’ - Kid Yugi, Davide e Golia
Contenuti citati
Menone, Platone
Repubblica, Platone
Divina Commedia, Dante Alighieri
Iliade, Omero
Odissea, Omero
Eneide, Virgilio
Epopea di Gilgameš
Gerusalemme liberata, Torquato Tasso
L’Orlando Furioso, Ludovico Ariosto
Loro, Marracash, 2021
In faccia, Marracash, 2011
Jake la Furia, Vida Loca, 2003
Marracash, Estate in Città, 2008
Arancia Meccanica, S. Kubrick, 1971
