Incipit
Penna Capitale è uno di quei titoli a cui ognuno può dare interpretazione diversa. A primo impatto, penna capitale appare come uno strumento di un autore rappresentante la nostra nazione. Difatti, questa prima lettura si rivela già veritiera: i due rapper si cimentano in un ricco dipinto del bel paese. Emerge però qui la sovversione hip hop: l’Italia è cantata, ma soprattutto nei suoi vizi. In questo senso, la penna non celebra la capitale - la condanna.
Dall’altro lato, si evince anche un ingegnoso gioco di parole: l’analogia con pena capitale è immediata, visto che entrambe sanciscono la morte di qualcuno. Nel nostro caso, la morte è figurativa: come la pena capitale annienta i meschini, la penna capitale è l'arma degli artisti per annientare uno Stato meschino. Il tema non sfugge mai di mano ai due artisti: l’Italia del 2006, figlia di scandali e governi dubbi, ha bisogno di un cambiamento radicale, e per i due questo deve arrivare dal basso.
Penna Capitale si distingue da tutti gli altri per il suo animo sovversivo ma malinconico, come a realizzare traccia per traccia che un sistema diverso è solo un’utopia. Spazia da tracce puramente di critica, quasi anarchiche, a tracce di critica velata un ironico materialismo alle più intime delle introspezioni. Ciò che invece appare coerente in tutta la narrazione è la perdita di fede, che sia a livello religioso che nelle istituzioni.

Copertina di Penna Capitale, secondo album del trio
Forza Mafia
L’Italia del 2006 non è un paese - è un continuo scandalo. Tangentopoli aveva promesso di spazzare via la partitocrazia e tanti di quei problemi che avevano deteriorato la fiducia nella classe dirigente i decenni precedenti. Tuttavia, quella promessa si era fermata a metà strada: erano solo cambiati i volti, ma non la linfa che faceva da motore al sistema. Silvio Berlusconi - antagonista non troppo implicito dell’album - governava il paese da imprenditore ancora prima che da politico, con le tre reti televisive di Fininvest in tasca e più processi a carico.
Ad Aprile 2006 si vota, e ciò che accade è un affronto alla democrazia: con l’alleanza di centro-sinistra vincente di una manciata di voti, il centro-destra Berlusconi non riconosce la sconfitta e chiede di invalidare il processo elettivo. Il paese appare come spaccato in due, e chi guarda dal basso - blocchi, periferie e strade - è cosciente che non ci sia mai stata una vera scelta. Non hanno mai avuto il potere di cambiare le cose.
I Dogo escono con Penna Capitale a marzo, appena un mese prima del voto. Non agisce come disco politico in senso stretto, ma da un fronte più viscerale: rappresenta la rabbia di chi subisce quel sistema ogni giorno. Jake e Gué parlano ancora dalla strada. È l'ultimo disco in cui possono permettersi di farlo: da indipendenti, senza major, senza filtri.
In Falsi Leader la collera trova il suo bersaglio più preciso. Gué ci narra di un sogno vivido:
‘Ho fatto un sogno la notte in preda ai narcotici, al governo c’erano solo pensatori e filosofi’
Con una chiara citazione alla Repubblica di Platone, il rapper ha una visione. Non vuole imprenditori o militaristi a capo dello Stato, non vuole interessi corrosivi per il bene del popolo: crede invece che la giustizia potrebbe arrivare solo se a gestire la res publica fossero i pensatori, coloro che meditano sull’etica e sulle conseguenze delle proprie azioni in senso lato. Nello scritto di Platone, infatti, il re non governa per interesse, ma puramente per virtù.
‘Poi ho aperto gli occhi ed è cominciato un giorno là fuori, nel mio popolo di santi, di ladri e di truffatori’
La frana arriva poco dopo: risvegliandosi, si rende conto di essere nel Bel Paese, in cui vige la legge del più furbo, e non del più buono. Chi è capace di portare più soldi a Palazzo Chigi diventa il volto d’Italia, chi opera secondo etica ne è escluso.
‘Quanti affari ha il presidente? Ma tu li scordi e voti Forza Mafia’
Questo è il primo attacco diretto alla figure di Silvio Berlusconi: oltre ai suoi palesi conflitti di interesse da capo di Stato imprenditore, è anche noto il suo legame con la mafia, in particolare Cosa Nostra. Il Cavaliere finì anche sotto processo per i suoi rapporti con la mafia tra gli anni settanta e novanta.
‘G dissente: deve parlare a questa gente’
I Dogo sono la voce del popolo. Dalla gente per la gente: questo è il loro motto, vogliono portare in tavola i fatti, risvegliare la massa. Jake e Gué devono parlare alle persone con la loro musica, ma diventare anche la loro stessa voce.
‘Disonorevole, ricicla favole come contante. Da dove entrano quei liquidi? So che le inchieste evaporano, poi le toghe rosse lo perseguitano’
Questi versi rappresentano invece un duro attacco al sistema giudiziario italiano, da un doppio fronte: lo stato, tramite il giudice (dis-onorevole), ricicla non solo denaro grazie alle inchieste contro lo Stato stesso, ma anche favole: racconta ai cittadini di star combattendo i mostri che minacciano la Repubblica, ma è la macchina stessa ad avere doppi fini. Dunque, le inchieste evaporano: vengono create per riciclare e far scalpore a livello mediatico, ma ottengono un nulla di fatto. Allo stesso tempo, a dare timore al presidente c’erano però le cosiddette toghe rosse, magistrati del centro-sinistra.
‘Noi non vogliamo che lui stringa il potere in mano, non vogliamo più vedere in tele il saluto romano, voglio giustizia non la Porsche come ogni italiano’
Tralasciando il profilo artistico di Cosimo, che negli anni ha perfettamente incarnato i panni dell’italiano che vuole solo la Porsche, stiamo parlando di una dichiarazione senza precedenti: Noi, ossia coloro che si sono accorti del marcio, non vogliono né Berlusconi al potere né assistere ad apologie soffocanti. Non credono più nel materialismo, quasi come fosse una tagliola politica per tenere buoni gli elettori. Gué vuole giustizia, come preannunciava il suo scenario onirico.
‘Il presidente ha la faccia piena di cera, lancia sguardi da magnaccia ma la tro*a che spela è l’Italia intera'
Questa volgare metafora risulta molto eloquente, in particolare se si va a osservare il termine che usa Jake - spela. Non è scelto a caso: nel corso dei suoi governi, dei suoi processi, delle sue malefatte, delle sue scelte, Berlusconi ha poco a poco tolto qualcosa all’Italia. Magari un giorno ad una certa comunità, quello dopo a un certo ministero, quello dopo credibilità a un certo organo. È nel lento scorrere dei decenni che, per interesse personale, è riuscito a lasciare l’Italia senza peli, senza una qualche protezione verso le avversità. E anche oggi ne facciamo i conti. In questo senso, l’Italia è giustamente dipinta come pr*stituta: sono i politici e le alte cariche stesse ad averlo permesso; le stesse istituzioni che hanno consentito che ciò accadesse per ritorno personale. Non per ultimi, gli stessi elettori lo sono stati.
‘La dittatura mediatica ha proporzione seria, la strada ha un’altra grammatica ed è la mia materia'
Jake crea una netta distinzione: il controllo dell’informazione da parte del Governo, che ricordiamo poteva piegare le scelte radiotelevisive a piacimento, non ha effetto su chi vive in basso. Sanno già che non c’è mai stata scelta, e i politici sono corrotti. Non hanno mai avuto fiducia: l’unica voce che ascoltano è quella di Jake, che sa bene come trattare la materia e diffondere la propria ideologia.
‘Se la ragione del più debole è follia, lo stato di polizia, è il terzo mondo della democrazia’
Il sistema schiaccia i più deboli: quando qualcosa non funziona nei ceti bassi, allo Stato conviene più sviare il discorso e raffigurarli come matti piuttosto che offrire un vero aiuto. Ciò appare ancora più nitido se coloro che rappresentano lo Stato davanti a noi, le forze dell’ordine, seguono questo vile paradigma. Jake chiama così l’Italia terzo mondo della democrazia: purché il sistema sia quello, siamo lontani da una struttura giusta e in cui ogni cittadino ha voce.
Questa mezza strofa credo sia l’apice concettuale di questa porzione del disco:
‘Col c*zzo che va tutto bene, centomila persone straripano in strade se è la democrazia che cade. Non dico f*nculo Silvio per fare il finto impegnato. Dico: "Lo sai qual è la prima azienda di Stato per fatturato?". Si chiama mafia, convive con chi hai votato; quei volti falsi come il bilancio.’
Il Guercio in questi versi racchiude tutta la rabbia e i pensieri partoriti già in quelli precedenti: dalla mancanza di giustizia e la conseguente democrazia malata, all’attacco a Berlusconi e al suo rapporto con la mafia, alla falsità del bilancio pubblico. Non è un finto impegnato: attacca la politica perché ha capito di che marchingegno si tratta, non per puro svago o disinformazione.
‘Dobbiamo stare buoni, la stanza dei bottoni. Se vanno in cella per terra parquet e al muro quadri Sironi. E si fanno le leggi apposta, è un’eredità fascista, ho la voce per parlarne, dio mi ha fatto liricista.’
Così chiude la strofa Gué. La stanza dei bottoni indica la più recondita stanza del palazzo governativo dove vengono prese le decisioni veramente importanti. Gué ne approfitta per dipingere un’altra stanza: quella da VIP che avrebbero i politici coinvolti se davvero dovessero affrontare i propri scandali. Ovviamente, risulta un nuovo contesto impari. Infine, rimarca come oggi, come cento anni fa, vengano fatte leggi - come quelle sull’edilizia - per un tornaconto politico e economico.
‘Sono il sovrano di un popolo di infedeli’
Il brano si conclude con Jake che incita veementemente il popolo a ribellarsi verso tutto questo sistema retto da ingiustizie e interessi: siamo solo noi che possiamo opporci, perché loro faranno qualunque cosa per ottenere la poltrona.
‘Sono il re degli sconfitti ma non sono mai andato al tappeto’
Questa frase è l'ossimoro che racchiude tutto il disco: una regalità che non si misura col potere acquisito, ma con la resistenza alla sconfitta. Jake non vince - e lo sa; ma non cede. Ed è proprio questa tensione, tra la lucidità di chi conosce il sistema e l'impossibilità di abbatterlo davvero, che rende Penna Capitale qualcosa di più di un disco di protesta.

Colletti bianchi del terzo governo Berlusconi, 2005-2006
Rovesciare il sistema
La Notte che Rovesciammo l’Ordine è una chimera, un’idealizzazione del sistema da chi lo osserva dal basso nelle sue contraddizioni. In questo sogno, i due elencano una serie di dinamiche che funzionerebbero in maniera antitetica a ciò che vediamo attorno a noi. L’intro recita:
‘Ti tiro fuori dallo schermo di quella TV, ti prosciughiamo il conto in Swiss’
I Dogo stanno invertendo i ruoli, con il solo scopo di far capire ai VIP come si sta dalla parte dei consumatori dei loro stessi servizi. Che siano stelle della TV, politici, giornalisti, al gruppo di Milano interessa dimostrare che, se fossero loro a guardare altri da uno schermo, il tutto si dimostrerebbe più avvilente.
La prima strofa si apre direttamente con un’immagine di violenza, con Jake che punta il fucile sul diretto interessato. Ovviamente, il tutto è da intendere come un doppio senso: la canna del fucile sarebbe la penna, che lui effettivamente usa come arma contro i suoi antagonisti.
‘Fra', è tempo di paga e la strada viene a riscuotere, o il piombo ti vaga dentro la psiche più di Aristotele’
‘La mia falange è Milano, veniamo in nome di chi piange per chi ha scavi nelle guance e non ha niente in mano’
Questa doppietta è interessante: Jake annuncia che, in quella notte, la strada sta venendo a riscuotere ciò che gli spetta di diritto. I suoi nemici non hanno altre opzioni: o si adattano a questo capovolgimento, o verranno uccisi. Viene usata una metafora per farlo presumere: viene paragonata la potenza con cui il colpo d’arma da fuoco entra fisicamente in testa a quella con cui penetrano le tesi aristoteliche. Questa figura è anche un affronto al grado di istruzione di queste persone: non sarà la filosofia o la cultura a proteggerli dai loro errori.
‘Io rubo a chi ruba, rendo a chi suda’
Le violenze di Jake non sono frutto di sfizio personale: agisce come un Robin Hood in carne ed ossa, con lo scopo di restituire a chi tira avanti con i lavori più umili quello che gli spetterebbe per il loro impegno. La base ideologica è quella di Proudhon, politico anarchico francese: la proprietà è un furto. Sono loro quelli derubati all’origine, e nel suo immaginario Jake gli sta solo restituendo il denaro che gli spetta. Jake intuisce che il sistema sta collassando, e non c’è più tempo di aspettare la giustizia: è giunto il tempo di quella privata; è la notte della vendetta.
Non è solo Robin Hood, è anche V, il rivoluzionario anarchico di Alan Moore che nel 2005 era già sugli schermi. V per Vendetta racconta di un sistema totalitario che schiaccia i più deboli attraverso la paura e il controllo dell'informazione - gli stessi strumenti che i Dogo denunciano nell'Italia berlusconiana. V agisce di notte, si copre il volto, ruba ai potenti e restituisce ai deboli. Non combatte per sé, combatte perché il sistema è marcio e qualcuno deve dirlo. Jake fa lo stesso con la penna. La differenza cruciale è che V indossa una maschera, Jake no: mette nome e cognome su ogni accusa.
‘Finisce tutto questa notte, togliamo le corone dalle teste, vince il debole sul forte’
È in questa nottata oscura che la speranza brilla: i ruoli si ribaltano, chi ha sempre dovuto osservare lo sfarzo dal basso ora è quello che toglie la corona a chi ha deciso i loro mali, i politici. Senza quella non hanno più potere: tutti alla stessa stregua, vince il più integro.
La strofa di Guè, invece, apre così:
‘Sei solo un pezzo deviato del potere, adesso paghi il prezzo. Questa gente deve avere ciò che no, non ha mai potuto avere’
Il rapper afferma che i politici del tempo non fossero nient’altro che deviazioni del potere: non corrotti dall’esterno, ma marci dall’interno. Il sistema si è tradito da solo a causa della somma di tutti questi interessi.
La frase che risulta però più incisiva è:
‘Il re del mondo fa idromassaggi di sangue e ci prova gusto, è la persona sbagliata nel posto giusto’
In questi versi Guè vuole dire che chi sta al potere, riferito ai più potenti e ricchi del mondo, sa bene cosa accade di sotto, ma corrotto da soldi, fama e lusso, simboleggiati dall’idromassaggio, non si fa responsabile della sofferenza che dilaga nel popolo. Per Gué, non è questione di sistema politico in sé, è piuttosto il suo plotone di corrotti a non farlo funzionare correttamente.
‘Tu vuoi interromperci i sogni e staccare la spina, ma la scacchiera è nostra, sei tu la pedina’
Il sogno dei due conclude in questa maniera, con uno scenario di supremazia dell’arte e della scrittura che soverchia le gerarchie tradizionali. Chi sta in alto non sa di essere diventato la pedina di tante penne d’Italia e di chi le ascolta.
Il tema dell’egemonia culturale, della convinzione di un ordine naturale e inevitabile, è un tema lungamente trattato da Antonio Gramsci. Egli teorizzava un sistema in cui la classe dominante non agiva solo per coercizione, ma anche imponendo la propria visione del mondo come senso comune tramite intellettuali, istituzioni e cultura, in modo che i suoi valori possano essere interiorizzati naturalmente dalla società.
Applicandolo ad oggi, ciò implicherebbe una classe politica che nel tempo ha usato mezzi di diffusione per espandere la propria ideologia senza che le persone potessero accorgersene. È qui che si inseriscono i Dogo: se il popolo scopre il marcio dietro le quinte, è il politico che diventa pedina, in quanto smascherato. Se dal basso si impongono dei valori, i ruoli si scambiano.

V, protagonista di V per Vendetta, compie giustizia privata
Sala Vip
Se Falsi Leader è il quadro e La Notte che Rovesciammo l’Ordine è il sogno, Cani sciolti è la razionalizzazione dei due. In questo remix del brano dei sangue misto, i due scandiscono la società in ogni sua contraddizione. Il brano apre con il ritornello, in cui immediatamente si richiama ad un senso di comunità tra tutti i cani.
‘Siamo cani nelle strade, nelle città, e tutto sembra uguale ma qualcosa non va. C'è sempre un buon motivo per tirarli giù, ma i cani nelle strade sono sempre di più’
I cani sono i bersagli di chi sta in alto, sono coloro che rovinano la società a causa della loro ribellione. I cani, però, sono sempre di più: stanno capendo che il sistema non funziona più, e da bersagli stanno diventando vessilli di una rivoluzione.
La strofa di Gué apre così:
‘Scorrono fiamme in arterie di malacarne’
Questo primo verso può essere interpretato in due modi, a seconda di chi sia la malacarne: se con questo termine si indica la classe dirigente, le fiamme che scorrono indicano la cattiveria, quella che poi farà ribellare i cani. Se i soggetti sono gli stessi cani, le fiamme sono quelle che infuocano la loro anima, che li portano ad agire di istinto. Una descrizione tanto forte da far ricondurre i cani a dei dannati all'inferno tanto è dura la loro condizione.
‘Le ore sul mio Rolex segnano rivoluzione subito’
‘E si sconvolgono parecchio, la mia voce fa da specchio’
Questi versi potrebbero significare che Guè, nonostante sia diventato ricco grazie alla musica, resta sempre un cane e ne può quindi fare da voce. È proprio dalla sua posizione che le parole dei cani possono essere amplificate. Questo sconvolge i piani alti, perché non sanno come agire contro un idolo della massa, dalla massa.
‘Soppeso la disuguaglianza, neuroni fan mille miglia: chiuso in stanza, cambio i canali in tele sbattendo ciglia’
Secondo la mia interpretazione, queste barre risultano molto interessanti. Gué sente di soppesare la disuguaglianza, ossia osservarla, trattarla e analizzarla per poi darne un peso. Questo processo implica in lui un grande sforzo mentale, tante sono le disuguaglianze che vede attorno a lui e che affliggono le persone. Il suo cervello elabora talmente tanto, che quasi si proietta in un futuro in cui si è talmente anestetizzati da cambiare canale solo con lo sguardo, in una completa paralisi sociale.
‘Adesso il verbo si fa carne, ed il suono ti picchia in ventre’
La strofa si muove verso la fine con un parallelismo religioso: come il Verbo di Dio si fa carne, causando la resurrezione di Cristo (in cui, ricordiamo, Gué spesso si identifica perché nati lo stesso giorno), ora il verbo - ossia le frasi - dell’artista diventa realtà e quasi si impersonifica, poiché supportato da migliaia di persone sotto. Infine, picchia in ventre perché colpisce forte il destinatario.
‘Parlo da giovane leader è nostro il domani’
Chiude così la strofa Guè, in una realizzazione ottimista di quanto detto finora: grazie alla risonanza della musica per la gente dalla gente, i cani riusciranno a far terminare ingiustizie e rendere l’Italia un sistema più onesto e equo.
La strofa di Jake la ritengo la migliore del disco e una delle migliori che il rap ci abbia mai dato. Va analizzata con minuzia.
‘Là dove Dio non mastica di strada è di plastica su un'icona’
I meandri dei vicoli sono così inaccessibili da esserlo anche a Dio: questa è la bugia che si raccontano alcuni tra coloro che in strada marciscono. Coloro che invece hanno capito che non è Dio a causare i loro malanni ma altre variabili, tra cui le decisioni di Stato, le icone religiose sono solo plastica, che siano appese al muro o al collo. Ne ho parlato ancor di più qui.
‘Se il sistema non funziona, i fra' danno fuoco alla svastica, fanno lavanda gastrica ai servi della corona’
Ritornano qui le fiamme dei cani precedentemente anticipate da Gué: nel momento in cui i sistemi spingono troppo sull'ostacolare i deboli, essi si ribellano con forza, finché il sistema non cede e chi lo ha capeggiato ottiene la fine che merita.
‘Questo è il regno d'Italia, chi lo governa è di legno se raglia. Firma un assegno col botto di una mitraglia, e chi è giù si abbaglia: prende la lama e taglia. Non si uccide per la libertà, ma chi lo fa non sbaglia’
Questi quattro assurdi versi racchiudono in poche parole la situazione politica dell’epoca. Innanzitutto, secondo la mia interpretazione, Jake fa un gioco di parole su raglia: ci dice che, nel momento in cui i politici ragliano, ossia sono asini - dunque ignoranti - il governo è di legno, ossia non fa nulla, e come il legno assorbe ciò che ha attorno, come la Mafia. Allo stesso tempo, raglia è un allusione all’uso di cocaina tra i politici, il che li rende incapaci di agire al meglio.
Nel verso successivo torna la mafia, ma non solo: firmare l’assegno con sotto la mitraglia è un concetto molto attuale, e si riferisce a quelle dinamiche in cui esponenti politici firmano patti, sia politici che economici, con paesi o aziende che minacciano ritorsioni. Un altro tratto opportunista e tipico dalla dirigenza italiana, ad esempio osservata in quegli anni coi rapporti con Cosa Nostra - anche se forse non proprio sotto minaccia.
A queste dinamiche - ancora oggi - la gente si abbaglia, scende in strada per via dell’ipocrisia e dell’arrendevolezza del Governo: la massa vorrebbe addirittura uccidere per osservare uno scorcio di libertà. Jake dice che non si dovrebbe arrivare alla violenza per ottenere giustizia, ma farlo non è una scelta che può essere criticata. Se la violenza porta alla rivoluzione, per i Dogo è giustificata.
‘E non c'è dialogo tra chi non ha i ferri e la polizia, da quando gli anni Settanta hanno ucciso l'ideologia’
Il rapper si riferisce qui agli anni di piombo, fenomeno sociale che ha visto per anni opporsi manifestanti e forze armate, in scontri violenti che passeranno alla storia come la strage di Piazza Fontana e quella di Bologna. La strategia della tensione è altresì citata da Jake in Spaghetti Western.
‘Il mondo non è razzista a meno che non sia moro, non è classista a meno che non sia senza lavoro, non è sessista a meno che io sia un uomo, e la giustizia è uguale per tutti quelli uguali fra loro’
Qui Jake elenca una serie di discriminazioni che risultano venir fatte solo quando non si è dalla parte offesa: sono tutti pronti a essere razzisti o classisti finché effettivamente vivono una vita più privilegiata anche grazie a ciò. Queste differenze si racchiudono nella frase finale, che è una specie di rivisitazione dell’articolo 3 che recita “la legge è uguale per tutti”. Citando probabilmente Orwell, Jake ci dice che in Italia alcuni animali sono più uguali degli altri; e i cani sono meno uguali.
Nel famoso romanzo di Orwell La fattoria degli animali, l'autore critica i regimi totalitari e ne traccia i passi che ne portano al loro sorgere. In quel caso, l'insorgere della dittatura risulta naturale, in quanto nella fattoria vige una costante mancanza di giustizia; una giustizia che varia a seconda di chi la legge e chi la deve subire; una giustizia fatta ad hoc da parte di chi la legifera. Proprio come nell'Italia del 2006.
A contrapporsi alla visione cupa, di sommossa e sanguinaria di Cani Sciolti c’è il brano numero 9, Briatori. La traccia è un ribaltamento di prospettiva, uno sguardo allo stesso problema ma da una vista più distante e ironica.
In Briatori i due artisti milanesi, accompagnati da Marracash, giocano con parole e persone della televisione, con una narrazione che al contempo invidia ma sbeffeggia questi personaggi. In particolare, i tre sembrano affascinati dalla figura e status di Flavio Briatore, imprenditore monegasco. Ho trovato interessante un verso:
‘Noi rap divi, se Costantino nell’iPod ha il Dogo’
Jake qui ci dice che non solo il popolo ascolta i Dogo, ma hanno portato così in alto il livello da raggiungere anche i VIP. Se sono riusciti a entrare nelle rotazioni di chi fa da ponte tra popolo e piani alti, ossia le star, significa che per loro la svolta è possibile.
Tuttavia, l’umorismo delle strofe viene fortemente smorzato ogni volta che parte il ritornello, al coro di:
‘Voglio stare nel privè coi V.I.P, e girare sulla Lambo, Monte Carlo, posto caldo, ma restiamo sempre qui’
Per l’ennesima volta, i due rapper sono consapevoli che appartengono al basso, e il sognare una vita da sogno è solo accessorio al loro vero obiettivo. Infatti, i due nel 2006 sono convinti di osservare una vetrina dall’esterno senza mai sapere cosa c’è dentro, con lo sguardo di chi un po’ critica l’uva a cui non arriva e un po’ si rende conto che è veramente acerba. Forse, in fin dei conti, questo brano è arrendevole: i due giovani cantanti si trovavano a scegliere tra giustizia e sfarzo, come osservabile anche nel dualismo tra Due Modi e Non Sto in Cerca di una Sposa.
Come sono Jake e Guè oggi, nel 2026, ci dà forse la lezione più amara: forse hanno scelto di far parte di quella cerchia narrata in Briatori, pur rimanendo di tanto in tanto la voce che raccontavano sarebbero stati.
In Briatori, la penna capitale è lo strumento che uccide gli artisti nel momento in cui abbandonano i propri ideali, e questo spunto probabilmente fornisce la chiave più attuale per capire il trio. Ciò non toglie che i Dogo avranno sempre dalla loro parte un percorso artistico in cui certi ideali erano davvero solidi e umani, e ancora oggi sentiamo l’amore per questo genere nei loro dischi, in cui però forse manca il senso di comunità dei Duemila.
È proprio per questo arco narrativo che vale la pena trovare la causa sia della parte più coraggiosa del disco, quella della rivolta, sia di quella che più abbandona gli ideali, quella che li porterà ad oggi. Questa motivazione la troviamo nella perdita di fede.

Flavio Briatore, imprenditore citato nel brano, davanti al suo club
Dio è morto
C’è un filo rosso che attraversa tutte le parole pronunciate dai due: si tratta di un profondo abbandono della fede, intesa sia per quella religiosa che per quella nelle istituzioni. La seconda è particolarmente evidente nei pezzi che abbiamo già trattato, ma è solo con la coesistenza di entrambe che i due possono raggiungere uno stato in cui possono costruire dei nuovi valori sulle macerie di quelli perduti.
Sebbene la mancanza di fede impermei l’intera narrazione del disco, espandendosi su quasi tutte le tracce, i versi specifici vanno interpretati. Tra gli esempi più lampanti vi sono quelli presenti in Cattivi e Buoni, tra le migliori tracce rap mai scritte.
'Spiritualità la cerco, l'odio è cieco. Buttare parole o versare sangue, il conflitto è spreco'
Guè apre il brano con una dichiarazione che sorprende: dopo tracce di rivolta armata e di giustizieri notturni, arriva a dire che il conflitto è spreco. Non è una contraddizione - è una maturazione. La rabbia politica delle tracce precedenti si sedimenta qui in qualcosa di più quieto e più pesante. Infatti, il rapper cerca la fede proprio per trovare un appiglio all’odio che lo circonda.
'Più ricchi fuori più poveri dentro, chiamo il diavolo Dio ce l'ha sempre spento’
Guè non è ateo per convinzione filosofica, è ateo per abbandono. Ha cercato Dio, lo ha chiamato, e non ha ricevuto risposta, unendosi dunque alla fazione opposta. Ha scelto di appartenere al male per via della perdita di fede.
'Voglio assaltare il cielo, ma lo respiro è chimico; voglio assaggiare il cielo, non lo decifro è criptico'
Il cielo designato nei due versi potrebbe avere un duplice significato: l’artista lo vorrebbe assaltare perché ingiusto coi suoi cari, ma come cielo vorrebbe anche assaggiarlo, poiché anela al paradiso. In ambedue i casi trova difficoltà dinanzi a sé: prima a causa della sua possibile complessità strutturale, poi per la sua complessità concettuale.
'E ora ascolta un senza Dio che prega'
Questa barra non è ossimoro fine a sé stesso, è la fotografia di chi ha perso ogni riferimento trascendente ma continua a cercare qualcosa a cui aggrapparsi. La preghiera non presuppone più un destinatario: è un gesto nel vuoto, come se la sua musica fosse senza spettatori se non Dio stesso.
La strofa di Jake porta questa solitudine a un livello ancora più personale:
'Sono nato con le ali, però le sporco. Cerco lo spirito in casa di un Dio che è morto. Sussurro le mie colpe alle orecchie di un Dio che è sordo'
Tre grandi versi, tre gradi di abbandono. Inizialmente Jake è consapevole di avere le ali, ossia il dono della scrittura che lo potrebbe far volare. Una visione quasi agostiniana del peccato. Lui le sporca, perché decide di raccontare il male, non il bene. Poi afferma di cercare la fede in una società che ha già annunciato Dio come morto, come pronunciato da Nietzsche. Infine, cerca di trovarlo un’ultima volta pregando e confessando i suoi vizi, ma il silenzio non fa altro che confermarne l’assenza. Jake non sfida Dio come nei brani precedenti, ma lo piange.
Nelle sue opere Nietzsche non celebra la morte di Dio, ma diagnostica un sistema in cui i valori sono in crisi. Dio lascia un vuoto perché muore l'intero sistema di leggi morali che sorregge la stessa società che lo ha venerato. Jake abita esattamente quel vuoto: non c'è più Dio, non c'è più sistema, non c'è più giustizia: da quel vuoto nasce la necessità di costruire qualcosa di nuovo.
C'è un termine preciso per questa condizione: nichilismo. La perdita di Dio, del sistema e delle certezze morali lascia un vuoto che i Dogo non cercano di riempire con una nuova ideologia, ma decidono di abitare. È proprio in questo vuoto che si inserisce Albert Camus: nel Mito di Sisifo teorizza che l'uomo, una volta preso atto dell'assurdità del mondo, ha tre scelte: il suicidio, il salto della fede o la rivolta consapevole. I Dogo scelgono la terza: sanno che il sistema non cambierà, che la giustizia non arriverà, che Dio non risponderà. Eppure, continuano a scrivere, a denunciare, a spingere il masso.
'Noi figli del lusso occidentale, abbiamo le mani calde ma dentro abbiamo un freddo siderale'
Il discorso si allarga: non è solo la loro perdita di fede, è quella di una generazione intera. Sono cresciuti nel benessere materiale del dopoguerra italiano, ma spiritualmente risultano vuoti. È la stessa critica al materialismo di Briatori, ma senza l'ironia.
‘Io vivo una vita sola e sono stanco di aspettarti, la candela cola e per salvarsi è troppo tardi’
Termina così la strofa Jake, chiudendo il discorso sulla perdita di spiritualità: non c’è più tempo per aspettare un Dio che non vuole ascoltarci, quindi vivremo una vita senza valori.
A chiudere il cerchio sulla perdita di fede collettiva arriva No more sorrow. se in Cattivi e buoni la solitudine spirituale è ancora personale, qui Jake la allarga a tutti i cani:
‘Sono il prodotto del freddo di queste strade, ma in testa ho una corona perché scrivo come voi parlate. E sono uno di voi, fra', uno sacrificabile tra chi è lasciato indietro dagli eroi’
In fondo, Jake è come gli altri cani: nonostante le sue capacità, il suo status lo farà sempre lasciare alla gogna da coloro che la massa proclama come eroi. Riconducendosi alla prima traccia analizzata, Falsi Leader, ritorna in mente il titolo che il rapper milanese si è autoproclamato: sovrano di un popolo di infedeli. È infatti grazie alla penna che può farne da voce: ecco che indossa la corona e incarna le conseguenze delle fredde strade milanesi in cui è cresciuto.
È proprio in questa assenza - di Dio, di sistema, di certezze - che si trova il cuore di Penna Capitale: una serie di episodi politici e culturali che hanno portato i due ad essere spinti dalla necessità di scrivere barre uniche, nate da un peso che forse avrebbero preferito non portare. La perdita di fede ha dato loro sia la forza di combattere che il rammarico di essere esclusi - che si parli di giustizia terrena, che da quella divina.

Friedrich Nietzsche, pensatore ottocentesco padre del nichilismo e dell'esistenzialismo
Opere citate
La Repubblica, Platone, 380 a.C. ca
La gaia scienza, F. Nietzsche, 1882
Quaderni del carcere, A. Gramsci, 1929-1935
La fattoria degli animali, G. Orwell, 1945
Alan Moore, David Lloyd, V per Vendetta, 1988-1989
Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942
