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QVC4: dalla fiamma alla cenere

QVC4: dalla fiamma alla cenere

  • Federico Bove

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Copertina di QVC4 di Gemitaiz: la foto del bacio a Times Square, con Gemitaiz che cammina tra la gente sullo sfondo
Copertina di QVC4 di Gemitaiz: la foto del bacio a Times Square, con Gemitaiz che cammina tra la gente sullo sfondo
Copertina di QVC4 di Gemitaiz: la foto del bacio a Times Square, con Gemitaiz che cammina tra la gente sullo sfondo

Incipit

Nel 2013 Gemitaiz non è ancora il veterano affermato che conosciamo oggi, ma un ventiquattrenne romano che pubblica il quarto capitolo di Quello Che Vi Consiglio, la serie di mixtape gratuiti che l’ha costruito mattone su mattone, composta da freestyle e strofe scritte su strumentali prese in prestito – da Drake, da Joell Ortiz, da Lil Wayne, persino dai Beatles – e regalate al pubblico senza passare da una major. Non si tratta di un album di inediti né di un concept, e non pretende di esserlo: è un rapper che si allena a voce alta, sfidando chiunque su basi altrui per dimostrare di essere valido e di saper esprimere sé stesso. QVC4 rivela qualcosa che non è stato progettato a tavolino, un filo emotivo sotterraneo e involontario che proprio per questo suona più autentico di mille dischi costruiti attorno ad una tesi: il ritratto, sparso lungo diciassette tracce, di un ragazzo che ha smesso di difendersi dal dolore e ha deciso di trasformarlo in scrittura.

Per misurare quanto sia profondo il suo cambiamento, conviene mettere il Vol. 4 accanto al Vol. 3, uscito appena un anno prima. Perché è nel confronto tra i due capitoli che si capisce cosa è cambiato nell’artista. Nel Vol. 3 l’amore, quando compariva, era trattato come un nemico esterno, fonte di un agguato da cui difendersi. In Fuori di testa Gemitaiz lo dichiara apertamente fin dall’intro – “fanno tutti pezzi d’amore, questo è un pezzo di non amore” – e ne faceva un’accusa con un colpevole preciso, la donna che se n’è andata: 

“tu mi hai mandato fuori di testa, fino a farmi dubitare di me. Adesso sei da sola nella tempesta, dimmi a stare male ora chi è”. 

La sofferenza era un torto subito, e la risposta era il rilancio, la corazza: “resto freddo come un ghiacciaio”, “non c’è modo di farmi cambiare idea”. Perfino la sentenza universale sul sentimento, “l’amore è un albero, ma sono marci i frutti”, è pronunciata da fuori, come diagnosi cinica di chi si è già blindato. Nel 2012 l’amore era, per Gemitaiz, un assaggio di sofferenza da lui subito, un colpo da cui difendersi.

La prova più netta di questo cambiamento è una canzone che esiste, con lo stesso titolo, in entrambi i dischi. La Ballata del dubbio del Vol. 3 si chiudeva su un dilemma la cui risposta era ancora tutta volontà di conquista: “Tenersi niente o perdere tutto? Ma perdere è brutto… io mi voglio prendere tutto, prendere tutto”. Un anno dopo, nella Ballata del dubbio pt. 2, lo stesso ritornello ritorna quasi identico, ma la conclusione è ribaltata: “Tenersi niente o perdere tutto? Ho perso tutto, e ho perso tutto, ho perso tutto”. È lo stesso brano, riscritto dopo che la vita ha dato la sua risposta. E non è un caso isolato: nel Vol. 3 Gemitaiz campionava While My Guitar Gently Weeps dei Beatles sotto Nato estremo, un pezzo tutto di rabbia difensiva (“non è colpa mia se sono nato estremo”); nel Vol. 4 rimette esattamente lo stesso giro di chitarra di Harrison sotto Vivere pt. 2, e stavolta non accompagna più la rabbia, ma la malinconia estrema. La stessa chitarra piange in entrambi i dischi, ma nel giro di un anno l’artista ha smesso di incolpare gli altri e ha iniziato a concepire la fonte del dolore non come esterna, ma come propria.

È questo lo snodo che rende QVC4 diverso da ciò che lo precede, ed è la tesi attorno a cui ruota questo articolo: il contrasto che attraversa il disco va oltre il banale vita bella contro amore brutto, e tocca qualcosa di più radicale e maturo; la facoltà di scegliere tra sentire e non sentire. Gemitaiz non subisce più il dolore: lo sceglie e lo interiorizza. Preferisce vivere male, con il cuore esposto a ogni ferita, piuttosto che anestetizzarsi e non provare nulla. E lo fa perché ha trovato l’unico modo di renderlo sopportabile: trasformarlo in musica. Vivere male per scrivere bene, come recita il titolo di una delle sue tracce, è il patto che regge l’intero disco, prima ancora che una posa. 

Questa tensione non è nuova: è quella che Nietzsche, ne La nascita della tragedia, chiamava dionisiaco e apollineo: da una parte l’istinto, il caos, l’eccesso che minaccia di travolgere, dall’altra la forma che lo contiene e lo trasforma in opera. Per Gemitaiz vale lo stesso principio: sentire è il dionisiaco, la ferita aperta; scrivere bene è l’apollineo, la forma che quella ferita la argina e la rende ascoltabile. Vmpsb, non a caso, mette il principio nel titolo stesso.

La scrittura è insieme la ferita e la sua cura. E a dimostrarlo, più di ogni ragionamento, è un’immagine sola, quella del cuore, che ritorna in quasi ogni canzone cambiando forma: fiamma nella seconda traccia, cenere nell’ultima. È in questo arco, dalla combustione alla brace spenta, che vale la pena percorrere il filo emotivo dell’artista.


Copertina di QVC4 di Gemitaiz, ispirata al bacio del marinaio a Times Square
La copertina di QVC4: la celebre foto del bacio del marinaio e dell’infermiera a Times Square, in bianco e nero, con Gemitaiz che cammina tra la gente sullo sfondo


La fiamma

Il disco apre nel segno dell’energia allo stato puro, come è giusto sia per un mixtape nato per dimostrare anche tecnicismi. Intro e Siddharta – brano che segue l’intro – sono esercizi di potenza in cui Gemitaiz si presenta con un’immagine incendiaria:

“Gemitaiz: otto lettere che conosci bene / sono una fiamma sopra l’etilene”

Il paragone non è casuale, ed è la prima apparizione dell’immagine che governerà tutto il disco. L’etilene è un gas altamente infiammabile: definirsi una fiamma che lo sovrasta significa dichiararsi combustione allo stato più violento, incendio pronto a divampare al minimo contatto. Il cuore, qui, è ancora fuoco, energia che brucia in positivo. In questo punto del disco è ancora l’energia ad essere da perno; energia che verrà mano a mano consumata nel corso delle tracce, trasformando quella fiamma. 

La stessa vitalità prende una forma più tenera e cinematografica in On The Corner, pezzo più celebre del progetto dove il beat di Bassi Maestro sul campione di Tom’s Diner di Suzanne Vega fa da sottofondo a un tuffo nella memoria: i quattordici anni nella Roma di periferia, l’odore di marijuana che la madre riconosce al rientro, le scritte con lo spray sui binari, i motorini senza casco e il Nokia 3310 che squilla. Il ritratto culmina in una dichiarazione che vale da manifesto del lato energico del disco:

“Ero un ragazzino con le paranoie / adesso sono un ragazzo senza rimpianti”

È fondamentale notare come, in questo arco, perfino l’amore appartenga al versante luminoso. Il primo bacio non è ferita ma conquista, archiviata con sollievo:

“Il primo bacio, che manco lo sapevo dare… poi l’ho baciata e ho detto: meno male, un passo in meno verso l’obiettivo principale”

L’amore, qui, è ancora un traguardo da spuntare, parte della forza vitale e non della sua erosione. È l’amore prima del prezzo, colto nell’attimo in cui è ancora slancio. Poche tracce più avanti, diventerà il centro del dolore.

Il principio del movimento come antidoto alla morte interiore trova la sua formula più esplicita in In aria:

“Se perdi troppo tempo ti senti morto dentro e vai… chi corre in aria non cade mai”

La vitalità come fuga in avanti obbligata, dove l’unico modo per non precipitare è non smettere di volare. Ma già qui, nella traccia più adrenalinica, la scrittura si rivela come atto fisico e doloroso. Le vene aperte che diventano parole sono l’immagine del disco, anticipata qui in forma ancora vitale, che più avanti si farà lacerazione:

“Ho salito le scale per arrivare qua / mi sono aperto le vene in camera / sono uscite le parole che ti accompagnano da sei anni”

Poco prima di questa barra, l’artista include un frammento biografico prezioso: “da quando c’ho tredici anni mi si è aggiunto un genitore… ho fatto tanto per rianimarlo, mo col cazzo che rimuore”. Il rap entrato nella sua vita a tredici anni, descritto come una figura genitoriale che l’ha salvato e che ora non può più morire: la scrittura non è solo cura, è la sua ragione di sopravvivenza.

Ma è in Superman pt. 3 che la fiamma si rivela per ciò che è: una maschera già incrinata. Il brano è la cerniera del disco, il punto in cui l’ego da fuoriclasse e la fragilità si dichiarano nello stesso respiro. Gemitaiz indossa il costume del supereroe e nello stesso verso lo rivela come frangibile:

“Eroe col cuore di carta / che quando piove si bagna”

Il cuore, che in Siddharta era fuoco, qui è già carta, fragile e destinata a disfarsi. E il ritornello martella l’esatto contrario di ciò che il titolo promette: “non sono mica Superman”. Con questa dichiarazione, l’artista ammette di non essere abbastanza per reggere tutti quanti i pesi che la vita gli sta mettendo davanti, a partire da quelli emotivi. La confessione diviene esplicita quando ammette che i suoi pensieri peggiori nascono proprio dall’interiore:

“Quindi se ho brutti presentimenti, non è perché gli incubi sono tutti nei sentimenti”

La vitalità dell’apertura era solo un velo sottile, e il dolore lo sta già bucando. È da questa posizione che il disco precipita nel suo secondo tempo.


Il patto

Il significato centrale del mixtape ha un nome preciso, racchiuso in un acronimo: Vmpsb, che sciolto significa Vivere Male Per Scrivere Bene. È la chiave di volta dell’intero disco, dunque la formula che spiega perché il dolore, in QVC4, resta sempre una scelta e mai autocommiserazione. La traccia si apre nella solitudine – “anche stamattina mi sveglio da solo” – e si sviluppa in una dichiarazione poetica, i cui versi cardine sono:

“Meglio soffrire per qualcuno di importante / che mi ha fatto sputare il sangue / ma mi ha fatto sentire grande”

La barra rovescia il rapporto che diamo per scontato tra amore e dolore: soffrire, per Gemitaiz, è la condizione preferibile se confrontata all’anestesia emotiva. Questo perché l’alternativa, il non provare più niente, è per lui la vera sconfitta, e lo dice con chiarezza e diffidenza verso chi ne abusa:

“Perché non provare niente adesso è l’ultima risorsa / ma a me non mi piace”

Il rifiuto è infatti mirato; il bersaglio è l’amore-consumo, la donna che “mi sc*pa e mette le cose nella borsa, poi se ne va di corsa, scappa neanche l’avessi morsa”. A questo rapporto usa-e-getta Gemitaiz oppone la scelta del legame doloroso ma tangibile, e anzi risulta devastante proprio per la sua veridicità. L’artista racchiude in un verso quanto per lui il risvolto emotivo sia più importante di ciò che è inanimato:

“Le sensazioni sono meglio dei traguardi / alle congratulazioni preferisco gli sguardi”

Aggiunge inoltre l’immagine che dà il senso ultimo del suo scrivere: offrirsi interamente alla musica, come un cadavere aperto sul tavolo - “ti do tutto quello che c’ho dentro come un’autopsia”. La scrittura come dissezione di sé, come esposizione totale della propria interiorità; il dolore che finisce sul foglio.

Un cuore esposto a tutto avrebbe un costo però insostenibile senza una valvola di sfogo, ed è qui che subentra il secondo termine del patto: la scrittura. Il meccanismo è esplicito in Dimmelo Pure, costruita sul campione di Sinnò me moro di Gabriella Ferri, celebre stornello romano intriso di disperazione popolare. Gemitaiz arriva qui ad una prima consapevolezza terapeutica:

“Ho passato le settimane più amare della vita a contenere le grida tra quattro mura… ho scoperto che stare di me*da e distruggersi non è la cura”

Pochi versi dopo il rapper romano cita, per la prima volta, in modo esplicito il suo modus operandi artistico e anche personale: 

“butto il cuore sui testi di ’sto portatile, mi spezzo le dita come un contabile”. 

Il dolore, se non vissuto passivamente ma trasformato in scrittura, diventa la cura stessa. È la sua tramutazione in versi a renderlo sopportabile e a creare l’ecosistema in cui l’artista riesce ad esprimersi meglio. Scrivere è l’unico modo di dare battaglia ai fantasmi, e il risultato è un ribaltamento psicologico, un disagio interiore che, lungo la traccia, si trasforma in interiorizzazione. 

È la stessa dinamica che il Vmpsb eleva a legge: la vita ferisce, ma la traccia ripara il danno.

Il rifiuto del successo come misura del proprio valore, già implicito nel “preferisco gli sguardi”, viene rafforzato in Quello Che Vi Consiglio pt. 2. Qui Gem separa nettamente il denaro dalla felicità:

“Per me stare bene non equivale a guadagnare bene / per me stare bene vuol dire stare insieme”

Questa definizione è cruciale per tutto l’impianto del progetto, perché se il vero benessere è “stare insieme”, allora la perdita affettiva è la ferita massima, quella che nessun disco d’oro può compensare. Dunque, non è il successo musicale in sé a spingere l’artista ad esteriorizzare, ma è la conseguenza dell’azione stessa, che è un puro sfogo. 

Poco dopo, la stessa traccia registra proprio quelle perdite: “mi hanno chiuso la porta in molti, che adesso ormai sono morti sepolti”, poi una sentenza sul dolore rimosso: “certe cose è meglio che te le scordi, perché ti mangiano dentro e non te ne accorgi”. Lo stesso concetto torna, ancora più netto, in Fire pt. 2:

“I soldi non sono l’amore / magari non mi si gonfia il conto in banca, ma mi si gonfia il cuore”

Ed è sempre Fire pt. 2 a tenere insieme in un solo elenco i due poli del disco, in una delle sintesi più efficaci del mixtape:

“Chi se ne va e chi resta / chi mi ama e chi mi detesta / chi mi alza e chi mi calpesta / e quanto altro resta, adesso ho il corpo di cartapesta”

Vitalità e logoramento sono le due facce che l’artista contrappone: la prima gli fa da motore, la seconda da valvola.

Pochi versi dopo, nella stessa strofa, arriva l’immagine che dà il titolo a questo articolo, detta da lui in prima persona:

“Quindi dammi il fuoco e immolami e sarai contento / quando sarò solo cenere sopra il cemento / trascinato via dal vento a quattrocento chilometri di distanza / ho volato, fra’, mi accontento”

L’immagine del patto trova però la sua espressione più alta in Niente, in quella che è forse la barra madre dell’intero concept; il punto in cui amore, dolore e scrittura si saldano in un’unica figura:

“M’hanno spezzato il cuore, adesso ce ne ho due / uno per le sofferenze mie, uno per le tue / mi aiuta a metterle sulla bilancia e dopo sulla traccia / non farlo è come sentirmi la grandine in faccia”

Innanzitutto, Gem descrive un processo emotivo che lo ha portato a possedere due cuori: dal mio punto di vista quel “tuo” non è rivolto ad una persona specifica, bensì l’artista sta sfondando la quarta parete; il cuore in questione, con cui condivide dolori e gioie, è quello di coloro che si rispecchiano nella sua musica. Questo connubio “biologico” porta l’artista a prendersi più responsabilità nel momento in cui deve compiere scelte artistiche e decidere cosa comunicare: è così che la sua bilancia riesce a funzionare meglio, a compiere il proprio scopo. Non riportare ciò nei testi è come la grandine, un fastidio ricorrente, che dura finché la persona non riesce a trovare il proprio modo di ripararsi. L’immagine della bilancia è interessante: è come se Gemitaiz misurasse il proprio dolore e decifrasse se esso valga la pena essere espresso sulla traccia. La ferita, invece di consumarlo, si fa organo di misura e materia di scrittura. 

Hai mai cercato nella musica una cura? - Myto, Hai Mai


La ferita

Se Vmpsb e Niente enunciano il patto in forma di principio, il cuore pulsante del disco è il punto in cui quel principio diventa vivo: le tracce in cui il dolore smette di essere parte di una tesi e diventa una notte insonne in prima persona. Prima, però, va reso merito a un brano che fa da cerniera, Vivere pt. 2, dove Gemitaiz condivide il microfono con En?gma e Primo Brown sul campione, di nuovo, di While My Guitar Gently Weeps. La sua strofa è del tutto esistenziale – “le catene mi stringono mentre io mi divincolo… sono sconfitto, il mio valore, fra’, non è più scritto” – e culmina nel verso che compendia il patto dell’intero disco, in cui la vita coincide al tempo stesso con la ferita:

“Altre fanno ridere, altre sono morsi di vipere / ma non posso fare a meno di vivere”

La prima traccia in cui il dolore diventa interamente suo, e interamente amoroso, è la Ballata del dubbio pt. 2, già evocata nell’incipit. Vale la pena seguirla riga per riga, perché quasi ogni verso aggiunge un tassello a un unico corpo che collassa.

Il pezzo si apre con una richiesta rivolta direttamente a lei: “Per scordarti dammi un pretesto”. Da qui in poi ogni immagine è un sintomo fisico del crollo:

“Quando collasso la mattina presto / che se sto sveglio mi sento in arresto / steso per terra che mi calpesto”

La veglia è reclusione, e il gesto è autopunitivo. Poco dopo Gemitaiz elenca cosa serve davvero per reggere il dolore, ribaltando l’idea stessa di cura:

“Per prepararsi a soffrire servono cose speciali / buste di droghe, mica i regali / gli amici cari, i medicinali”

Preferisce l’anestetico al conforto, non la compagnia ma il farmaco. Il verso seguente porta l’immagine al suo estremo fisico:

“Carne fresca per il foglio / si suicida l’orgoglio”

Scrivere il dolore richiede prima di tutto la morte dell’orgoglio, l’unica cosa che normalmente lo tratterrebbe. Segue un’immagine più oscura, quasi criptica: “c’ho solo schede nel portafoglio / una foto come i presidenti morti” – il portafoglio vuoto di contante e pieno solo di tessere, una foto, verosimilmente di lei, tenuta con lo stesso valore dei soldi, “presidenti morti” nel gergo che chiama così le banconote. Poi il rovesciamento più diretto di tutta la strofa: 

“non ho farfalle nello stomaco, c’ho i corvi” 

La metafora consunta dell’innamoramento, capovolta in un presagio di morte. La strofa si chiude su un’escalation che sfiora l’irreversibile e se ne ritrae nello stesso respiro:

“Il cappio è stretto bene / spero che il soffitto tiene / scherzo, è un suicidio lirico / il corpo è vivo ma è morto lo spirito”

Quello “scherzo” è il vero centro della barra: per un istante Gemitaiz alza la posta fino al gesto letterale, poi la abbassa subito, la reindirizza nell’unico suicidio che può permettersi, quello sulla pagina. È lo stesso meccanismo di sublimazione che governa tutto il disco, colto qui nell’atto stesso di accadere.

Il ritornello porta la scena fuori dalla propria testa e dentro un dialogo reale, con la madre:

“Mamma mi chiede se va tutto okay / le dico: no, da quando non sto più con lei”

E subito dopo la voce della madre stessa, che prova a tirarlo fuori: “fatti forza anche stasera / mettiti il vestito che usciamo, andiamo a ballare”. È un dettaglio minimo ma non casuale: il ballare, qui, è ancora un invito esterno, un rimedio proposto da chi lo ama, mentre in Ballata del dubbio pt. 3, un anno dopo, sarà lui stesso a scegliere di ballare – coi dubbi, non con la madre. 

Il ritornello si chiude sul verso che dà il titolo alla saga, e sulla sua risposta più cupa:

“Tenersi niente o perdere tutto? Ho perso tutto”

La seconda strofa è un piccolo capolavoro di scrittura del dolore e merita di essere osservata da vicino, perché costruisce un climax di allegorie in cui il tempo si trasforma in supplizio fisico:

“Quello che paghi sono i minuti che pungono come aghi / le ore ti strozzano come spaghi / i giorni? Sono draghi / le settimane un ergastolo, i mesi maghi / trasformano in lacrime i laghi”

La progressione è calibrata con precisione: dal minuto all’ora, dal giorno alla settimana, al mese – ogni unità più grande della precedente, ogni immagine più devastante. È lo stesso tipo di costruzione ascendente per accumulo che rende memorabili certi finali, e qui serve a restituire fisicamente un dolore che dilata il tempo fino a renderlo un ergastolo. Poco prima il sentimento, definito con ironia amara “dolce”, era già stato ridotto a un’immagine brutale:

“Dolci i sentimenti / ti strappano il cuore, ci giocano a rugby / e poi lo rimettono a posto”

È come se il mondo interiore dell’artista lo facesse vacillare più del necessario, quanto basta per renderlo in grado di esprimerlo con eccellenza e veridicità. La scrittura resta l’unica risposta: il dolore è “carne fresca per il foglio”, la scrittura un “suicidio lirico” in cui “il corpo è vivo ma è morto lo spirito”. In pratica, questo brano funziona da autopsia per l’artista, che diventa cavia della propria disperazione.

Il fondo assoluto del pozzo, però, è Stare male, la traccia più nuda del disco, ma anche quella più definibile capolavoro a livello lirico. L’intro lo anticipa in poche parole, quasi un titolo interno che si completa solo con il titolo del brano: “quello che faccio oggi è”. Da lì la diagnosi è immediata:

“È stare male, casa mia adesso è un ospedale, un posto dove nessuno ci vuole stare”

Ed è qui che Gemitaiz depone il nome d’arte per tornare persona:

“Mi dicono: Davide, dai, andiamo fuori a mangiare, ma non mi va, non ho fame, da due settimane”

Cade la maschera del rapper e resta Davide De Luca, un ragazzo che non riesce ad alzarsi dal letto. Il crollo si allarga subito a chi gli sta intorno: “mi rovino tutto, perdo il gioco come un concorrente, perché quello che provo chi mi sta intorno non lo sente” – il dolore come partita persa in diretta, davanti a un pubblico che non può percepirlo. La sua unica difesa, allora, è la sottrazione: “stare da solo è l’anestetico più potente”. Ma anche l’isolamento ha un prezzo, che gli amici gli rinfacciano – “ogni amico mio mi chiede: e io non conto niente?” – a cui lui risponde con la barra che rovescia tutto il rapporto, dandogli in realtà ragione:

“Conti più di tutto, frate’, sono io che sto distrutto / e che penso che vivere sia un insulto / perché è brutto vivere in balìa del cuore, meglio il signore / almeno non lo sai che non esiste, se c’è non ti vuole”

Il verbo del vivere diventa condanna, e Gemitaiz arriva a preferire l’inesistenza di Dio alla certezza del cuore – un’incertezza scelta come sollievo, contro la certezza del dolore. 

Il lutto stesso, poi, diventa termine di paragone al ribasso: 

“è peggio di un lutto quando arrivo a letto, se so che c’è chi mi lascia perché vuole e non perché è costretto”

La scelta dell’altra persona fa più male della morte, perché nella morte non c’è colpa da attribuire. È a questo punto della caduta che arriva il primo dei due riferimenti colti del brano:

“Io non so’ perfetto, ma ho sperato, Van Gogh le donò l’orecchio, io pure quello che c’è attaccato”

Il gesto celebre di Vincent van Gogh – l’orecchio mozzato, secondo la leggenda, per una donna – diventa la misura di una dedizione portata all’estremo: per la mia lettura, Gemitaiz donerebbe l’orecchio e, con quello, “quello che c’è attaccato” – la sua musica, ciò che dall’orecchio dipende e che per lui vale più di ogni altra cosa. È l’icona per eccellenza dell’artista che si ferisce, del legame indissolubile tra sofferenza e creazione. Subito dopo, l’unica parola isolata del testo, un’autoaccusa a bruciapelo – “stupido” – e la barra che la giustifica: “un’altra volta sei rimasto l’unico con gli attacchi d’ansia in pubblico”, l’ansia non più privata ma esposta davanti a tutti. La reazione è fisica e ripetitiva:

“Per questo mi stendo sul letto e decuplico il numero di canne fino ad avere le piaghe da decubito”

L’immobilità portata al limite del corpo, fino alla piaga. Segue il secondo momento in cui torna la scelta che definisce tutto il disco, sentire contro non-sentire, nella sua forma più struggente: Gemitaiz vorrebbe un antidoto, ma lo rifiuta.

“Un antidoto lo vorrei subito, ma se servisse a cancellarla non lo prenderei, in testa ho sempre lei, sono i ricordi più belli della mia vita, quale cancellarli?”

Preferire il dolore alla dimenticanza, tenersi la ferita pur di non perdere il bello che l’ha causata. E rincara: “voglio il DVD Blu-ray in replay, anche se so che mi fa piangere” – la scelta di rivivere il dolore in loop, consapevolmente, pur di non perdere l’immagine. Anche i gesti più quotidiani si deformano sotto lo stesso peso: “e camminare per le stanze tutto fatto di sostanze strane, mi fa aprire il frigo anche se non ho fame” – la fame vera non c’entra, è solo il corpo che cerca un movimento, un pretesto per muoversi nella casa-ospedale. E poi l’immagine del cuore torna nella sua forma più violenta:

“Cuore infame, ti strapperei dal petto per trafiggerti con le lame”

Poi la sentenza, quasi un aforisma: “pensa a quanto l’amore è me*rda, l’ho scritto e sto così, pensa che cosa tremenda. L’amore è leggenda”. Qui il rapper sembra contraddirsi, ma a mio parere è in realtà il fulcro dell’intero ragionamento: comprende che, per quanto insopportabile sia il dolore, non sarebbe stato così pesante se l’amore non gli avesse dato altrettanto – tirando dalla direzione opposta. Segue il secondo riferimento colto, clinico:

“Capogiri, tachicardia, visioni, in pratica è come avere la sindrome di Stendhal”

La sindrome descritta a partire dallo scrittore francese – il sovraccarico emotivo di fronte a una bellezza insopportabile – viene qui applicata all’amore, che travolge i sensi fino a paralizzare.

Da qui la traccia scivola verso la resa più totale. 

“Fumo un po’, sposto via la tenda, cielo grigio piombo, io lascio che mi prenda”

Con questa citazione a Neffa, l’artista riprende l’immagine del cielo grigio piombo alla finestra, ma ne ribalta il verbo: dove Neffa cantava ‘non lascio che mi prenda’, Gemitaiz toglie la negazione e si lascia prendere. È il cielo della resistenza trasformato nel cielo della resa. Arriva quindi il verso più estremo di tutto il brano, quello in cui il desiderio di non sentire più nulla si fa esplicito fino all’orlo dell’autodistruzione:

“Sogno l’assenza di ogni tipo di esistenza da parte mia su questa terra perversa, e credi a me, non posso opporre resistenza”

Poi un ultimo squarcio biografico, quasi confessionale: “dalla terza che sento che la mia vita sarebbe stata diversa, pensavo in meglio e invece in peggio” – un rimpianto che risale fino alla scuola, fino a un momento preciso in cui immaginava un destino diverso da quello che sta vivendo. E la domanda che chiude ogni pensiero della canzone, ripetuta come un ritornello interno – “ma a chi interessa? A chi interessa?” – a cui lui stesso risponde, unica voce rimasta:

“Interessa a me, che metto la musica per dormire, come un bambino con la luce”

L’unico rimedio che gli resta è lo stesso patto che regge tutto il disco: la musica come luce accesa contro il buio. Il verso conclusivo chiude il cerchio esattamente dove si era aperto:

“La vita rimane la stessa, io so che non posso rimanere in questa, che ogni giorno sto peggio, ma a chi interessa? Ma a chi interessa?”

Nessuna risoluzione: solo la constatazione che il giorno dopo si ricomincia uguale. 

Il cerchio della ferita si chiude con Neanche un giorno, ultima canzone del disco prima dell’outro, prodotta da Shablo. Qui la scrittura si rivela definitivamente per ciò che è, l’unica alternativa al crollo totale. Al centro, di nuovo, un dialogo tanto importante con la madre:

“E poi litigo con mia madre, dice che mi demolisco / le dico: mamma, io devo scrivere un disco”

Scrivere diventa una necessità di sopravvivenza, ciò che si oppone al demolirsi. Lo conferma il verso successivo, in cui ammette di non poter rinunciare agli anestetici (“so che non resisto con tutti gli anestetici che esistono a non prenderne neanche uno”), salvo poi indicare nella scrittura l’unica cosa che davvero lo regge: “sento le stesse note che mi accompagnano da anni, le uniche a non fare danni… sanno confortarmi”. E torna, per l’ennesima volta, l’immagine del cuore: non più fuoco né carta, ma un’immagine spettacolare:

“Ho una chiave addosso ma non apre niente / è il mio cuore semplicemente / ce l’ho sempre appeso al collo / mi ricorda di non perdere il controllo”

Avendola al collo, sempre con sé, è come se al termine del proprio sfogo Gem voglia far sapere di aver interiorizzato e concepito questo meccanismo, che ormai non gli può più sfuggire: è alla sua portata, e lui lo conosce come mai è stato.

Infine, un aggancio colto è servito dall’artista:

“scrivo i pensieri miei, leggo un po’ di Hemingway”

Il nome di Ernest Hemingway, scrittore del dolore trattenuto e del gesto estremo con cui pose fine alla propria vita, compare non a caso proprio mentre Gemitaiz parla del “bisogno di morire” e del “sogno di non svegliarsi”. 

Il disco chiude il tema dell’amore dove esso arriva al suo capolinea logico, una conclusione dura e razionale:

“Questo è quello che si sente / quando ti fidi di qualcuno che non sei te e perde”

L’amore come atto di fiducia che, esponendoti a un altro, ti espone alla perdita. Fidarsi è già, in potenza, perdere.


La cenere

L’ultima parola del disco è una resa stanca e disillusa, là dove un mixtape aperto nel segno della fiamma lascerebbe attendere un urlo di rivalsa. L’Outro (Too Much), costruita sul campione dell’omonima Too Much di Drake, ruota attorno a un ritornello che è, letteralmente, un consiglio di anestesia: “don’t think about it too much”: non pensarci troppo. Dopo sedici tracce spese a scegliere di sentire tutto, il disco sembra capitolare all’invito opposto, quello di spegnere la mente:

“Consigli di non pensarci troppo, ma è difficile / però facciamo come dici te”

Ma è una resa solo apparente, ed è proprio questo il paradosso che chiude il cerchio. Perché il disco stesso – le diciassette tracce che abbiamo percorso – è la prova vivente che Gemitaiz non ha affatto smesso di pensarci. Ha pensato a tutto, e lo ha scritto. Quel “facciamo come dici te” è la bugia consolatoria di chi sa che non smetterà mai di sentire. Lo confessa lui stesso:

“Ma quando hai un vuoto lo devi riempire, io non conosco altri modi / beh, sì, li conosco, non mi va di mentire”

E il cuore, che il disco aveva acceso come fiamma sopra l’etilene nella seconda traccia, si chiude qui nella sua forma finale: “c’ho il cuore triturato, non so più dove è situato”, fino al definitivo “il mio corpo l’ho dimenticato e il mio cuore non ce l’ha nessuna”. Dalla combustione alla polvere: è l’intero arco di QVC4 racchiuso in un’immagine che non ha mai smesso di mutare forma e di consumarsi: fuoco in Siddharta, carta in Superman, lama in Stare male, chiave al collo in Neanche un giorno, e infine organo triturato e disperso. Gemitaiz consegna diciassette tracce che sono l’esatto contrario del non pensarci, un’anatomia minuziosa del proprio dolore: la ferita è diventata materia, e la materia, musica. 


Opere citate

  • While My Guitar Gently Weeps, The Beatles, 1968
  • Tom’s Diner, Suzanne Vega, 1987
  • Battle Cry, Joell Ortiz, 2007
  • Sinnò me moro, Gabriella Ferri, 1970
  • Too Much, Drake, 2013
  • Siddharta, H. Hesse, 1922
  • La nascita della tragedia, F. Nietzsche, 1872
  • Aspettando il sole, Neffa feat. Giuliano Palma, 1996

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Federico Bove

Federico Bove

Studente di marketing ed economia, scrivo di rap, cultura e società.

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