Incipit
Nel giugno 2008 il rap italiano vive ancora diviso in presidi geografici: una scena milanese raccolta attorno ai Club Dogo e alla loro estetica cinematografico-criminale; una romana, che vede emergere i primi nomi di peso della capitale, come Danno e Noyz Narcos; una napoletana che parla, letteralmente, un'altra lingua; tutte seguite da un pubblico generalista che fatica a concedere al genere una dignità superiore a quella di una passione di nicchia. In questo scenario esce l'album d'esordio omonimo di Marracash (non il suo primo progetto in assoluto: prima c'era stato il mixtape Roccia Music), quello che lo fa uscire dal perimetro dell'underground e lo porta sotto l'etichetta Universal. Alla produzione, in gran parte, Don Joe e Deleterio, entrambi vicini ai Club Dogo: il disco nasce già dentro un'alleanza di scena, e lo certifica esplicitamente più avanti con la presenza di Jake La Furia e Guè Pequeno.
È lo stesso disco a dare titolo a questo articolo e a dargli una chiave di lettura: in due tracce distinte – Tutto Questo e Dritto Al Punto – l’artista si definisce da sempre un intelligangsta, un suo tratto innato. Non è una parola isolata: è la conseguenza sostenuta, ripresa a distanza di tracce, di una poetica che il disco persegue con coerenza, ed è, secondo me, la lente più precisa per comprendere un disco che si propone di dimostrare che le due metà di quel sostantivo possono convivere senza tradirsi a vicenda. L'intelligenza è il controllo della forma, la citazione letteraria portata senza soggezione, la struttura narrativa non improvvisata; il gangsta è la credibilità di strada, l'appartenenza a un collettivo, il linguaggio ereditato dal mondo criminale e piegato alla scrittura. Il disco passa altrettanto tempo a smascherare chi quella stessa parola la userebbe senza averne guadagnato il diritto: il finto duro, il finto spacciatore, chi rappa il quartiere senza averci vissuto davvero dentro.
Tra le righe, il disco alterna registri che a prima vista sembrano incompatibili: dalla rabbia sociale di Chiedi Alla Polvere e la gratitudine di Bastavano Le Briciole, alla leggerezza quasi comica di Estate In Città e la commiserazione personale de La Danza Della Pioggia. Dimensioni che in realtà creano un’atmosfera precisa: cosa vuol dire raccontare sé stessi, ma da più angolazioni. Il compromesso è uno: portare al pubblico personalità, autorità e consapevolezza senza cadere in retoriche non adatte alla sua persona. L’articolo segue il disco in ordine di scaletta, dedicando più spazio ai brani che meglio reggono l'argomento, tra cui quelli citati poco fa.

Copertina di Marracash, album d'esordio del 2008
Intelligente o gangster?
Tutto Questo, la prima traccia, dichiara già nel titolo il proprio statuto: un elenco di tutto ciò che ha formato l'artista, come lui stesso ha confermato in intervista definendolo un brano manifesto. E lo dimostra prima a livello di forma che di contenuto: fin dal primo verso la densità di rima interna è tale da rendere la tecnica stessa parte del messaggio. Il primo distico accosta, nel giro di una sola barra, un vuoto interiore - «il vuoto nell'Io» - a un vuoto materiale, quello del frigorifero: mancanza esistenziale e mancanza economica messe sullo stesso piano, senza gerarchia tra le due.
‘Il vuoto nell’Io, il vuoto nel frigo/ la verve antidivo, l’autoironia e il sorriso’
‘Un passato da servo, una voce diversa che ha un nuovo gergo’
È in questa prima strofa che compare, per la prima volta nel disco, la parola che dà il titolo a questo articolo. Marracash non la presenta come un'etichetta studiata a tavolino, ma come un'epifania – ‘qualcosa che scatta’, dice, ‘ed è quasi magia’ – e subito dopo giustifica l'atto stesso di coniare un termine nuovo: se il vocabolario esistente non basta a dire ciò che prova, bisogna inventarne uno, allo stesso modo in cui da bambino inventava i giocattoli con la sola immaginazione. È un gesto che un linguista chiamerebbe neologismo necessario, ma qui arriva senza alcuna posa accademica, incollato a un'immagine quasi infantile che rende la creazione della parola parte di sé. D’altronde, si nota già in questo singolo verso la poliedricità del carattere dell’artista della Barona:
‘Io, zio, mi esprimo: i libri che leggo, i finti che osservo, un futuro incerto’
Questa tripletta riflette l’immagine dell’artista intelligangsta: la sua ispirazione proviene sia da libri che gli danno contenuto, sia dai ‘finti gangster’ che vorrebbe contrastare, sia dalla sua condizione che vorrebbe cambiare.
Il resto della strofa accumula per asindeto un catalogo di sé che non distingue mai tra alto e basso: la pura poesia accanto all'uscire di senno, l'eucarestia e l'educazione cristiana accanto ai soldi che non ci sono. Arriva poi una serie di versi che vale la pena isolare per la vividità: la propria testa è descritta come un insieme di anfratti, attraversati da carrozze trainate da ratti, seguita poi da un'autodefinizione molto particolare: Marra si proclama il re delle fogne, ossia qualcuno che dal basso può portare in alto la voce dei propri simili (concetto simile a quello di cui ho parlato in Penna Capitale). Fabio usciva da un periodo in cui si sentiva davvero tale; un ribelle del sistema che grazie alla propria testa poteva portare alla luce il suo lato più grezzo: l’arrangiarsi con poco, il trovarsi sempre rogne e il non riuscire a lasciarsi alle spalle la propria via di Carlito, con un riferimento al film di Brian De Palma. Citazione cinematografica che anticipa quella più estesa che strutturerà, più avanti nel disco, L'Ultima Settimana.
‘L’arte dell’arrangiò e quella di trovarsi rogne/ la vita che sfreccia, la coca fa breccia, la feccia che vedo/ la via di Carlito non riesco a lasciarmela indietro’
Il ritornello martella il titolo come formula ipnotica, incrementando la consapevolezza che Marra sappia benissimo di essere tra i migliori in circolazione.
‘E se Dio ha fatto di meglio, se l’è tenuto per sé’
La seconda strofa amplia il catalogo di riferimenti, contrapponendo ai libri di Bukowski i testi di Nas e Biggie, due colossi hip hop newyorkesi degli anni Novanta. Essi vengono citati nello stesso respiro con cui poco dopo si nomina Milano: un'equivalenza di statuto culturale che nel 2008, in un disco rap italiano, non era affatto scontata.
Segue una serie di versi sulla visione negativa della città, culminanti in ciò che più ha influenzato l’artista negli ultimi anni: la povertà delle case popolari ha portato ad altra povertà, discorso che tornerà più tardi ne La Danza Della Pioggia:
‘Vari lavori di m*rda che ho fatto: dal magazzino al supermercato, fra, schiavo sotto contratto/ zio, troppi, coi filippini pagati a cottimo’
Poi arriva una delle righe più criptiche del disco:
‘Assente il giorno del compito, in testa c’ho troppi no/ l’inganno è palese, Cristo che è biondo e palestinese/ parole che esplodono come geyser contro il paese/ ed ora so ciò che dico, zio, prima sono stato zitto’
Il paragone tra l'inganno dell'iconografia cristiana occidentale e quello che lui vive nella società in cui è cresciuto è piuttosto rappresentativo. Ora Fabio, artista con la propria audience, può far emergere l’inganno grazie alle proprie parole. Ne ho parlato apertamente in Noi, Loro, Gli Altri.
Per concludere il pezzo manifesto della propria persona, Marracash equilibra a fine strofa tutto il marcio e l’ego che ha fatto uscire dalle proprie parole con una parola inaspettata:
‘Sognando sopra una panca di essere un re: Marracash è/ tutto questo, e quel poco di amore che c’è’
A significare che, nonostante tutto, nella sua testa sono comunque rimasti valori positivi, ed è pronto ad offrirli al pubblico. A chiudere Tutto Questo, un monologo parlato che, senza mezzi termini, è l’essenza dell’hip-hop e un biglietto da visita molto interessante in vista del resto dell’album. Riportandolo integralmente:
‘Non sono io a non essere credibile; non sono io a dovermi giustificare. Voi rinchiudete la gente, la fate ammattire nelle fabbriche, negli ospedali, nelle caserme. Io creo sogni, voi li uccidete. Io parlo sboccato, voi nemmeno parlate la nostra lingua. Ci lasciate ai bordi, ci fate vedere donne che non potremo avere, posti dove non potremo entrare, cose che non potremo comprare. Non siete diversi da noi: ladri e putt*ne vestiti bene. Voi ci rubate il tempo, che è l'unica cosa che abbiamo. Ci insegnate a tradirci, a non fidarci più l'uno dell'altro. Voi spacciate certe dr*ghe nelle farmacie e ci arrestate se ne vendiamo altre. E noi ve lo lasciamo fare, tutto questo. Perché nella vita non c'è mai scelta, tranne che in certi campi; ma mai in quelli importanti. Ma io non voglio essere un prodotto del mio ambiente: voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto.’
La chiusura, il rifiuto di essere un prodotto del proprio ambiente, a favore della pretesa di farne lui stesso un prodotto, è, a mio parere, l'epigrafe più esatta per l'intero disco: non nega la propria origine, rivendica il diritto di trasformarla in qualcosa invece di restarne vittima passiva. È il programma dell'intero disco, condensato in poche righe parlate, senza nemmeno il bisogno della classica rima per essere incisive.
In questo caso, non si parla di intelligenza in senso classico, non si parla né di libri né di formule: si tratta dell’intelligenza di saper cambiare prospettiva, di osservare come si muovono le cose e il perché. È l’intelligenza di chi vede una luce in un tunnel profondo e ostacolato.
Raccontare la propria storia, il proprio ego e la strada nello stesso fiato: è lo stesso compromesso che accompagnerà l'artista in tutto il disco e che ritroviamo identico in Dritto Al Punto, traccia che vale la pena leggere come il gemello più diretto di Tutto Questo: stesso principio, ma con lessico più asciutto.
‘Non sai quanto per la gente questo sia importante/ queste persone, zio, rappresentarle/ e i miei fra sono forti contro le difficoltà, ma deboli contro i vizi; ed è lì che vedi la loro lealtà’

Al Pacino in Carlito's Way di Brian De Palma, 1993
L’elefante nella stanza
Se Tutto Questo enuncia il principio, Badabum Cha Cha lo mette alla prova nella forma più concreta possibile, diventando il singolo che porta Marracash fuori dal perimetro underground. Ed è significativo che il brano affronti esplicitamente, al proprio interno, il rischio di quel salto.
La prima strofa mette al centro un fatto concreto: come dicevamo, la scena hip hop italiana di quegli anni è una nicchia, e quindi l’artista sente di dover rendere accessibile alla massa un genere che in altri paesi già domina. Questo pezzo ha un secondo nome: identità – la si può ascoltare in alcuni passi rimasti impressi:
‘Zio vestito male, perché io ho la fame/ quella mia, di mio nonno e quella di mio padre’
Sulle sue origini umili torneremo dopo, ma già qui fanno da biglietto da visita. Tornando invece al discorso dell’inganno di questa società, una barra colpisce sempre forte:
‘I poveri almeno ti ordinano cosa fare/ I ricchi, invece, loro usano il plurale/ “prendiamo, spostiamo ed alziamo”, e dopo restano a guardare’
Ma ancora più notevole è la barra successiva, in cui Marra, cambiando le parole di un comico, introduce il mercato al suo stile, senza compromessi. Come diceva, egli vuole che l’ambiente sia un suo prodotto:
‘Dai palazzi come Pino, brindo, salute/ a far le penne davanti alle major, e le major mute’
Egli si può permettere di fare le ‘impennate’, ossia pezzi di critica al sistema come questi, all’occhio delle major, che però non possono fare nulla, in quanto sono coscienti che il rapper viene da lì e non cambierà il proprio stile – e anzi, la ribellione è il suo punto di forza. In pratica, Marra in questo momento può sfogarsi con le parole che preferisce, perché non ci sarà nessuno a fargli la predica. Qualcuno, però, ha capito questo meccanismo, insinuando:
‘Mi dicevano di esagerare un po’ la realtà/ ma diventa innocua senza credibilità’
E l’artista, dal canto suo, nel pieno del suo stile risponde:
‘Gli ho risposto “sono vero e serio, ecco la novità/ e in più sono un mezzo genio, ma nessuno lo sa”’
Il solito mix di ruvidità e egocentrismo viene ulteriormente esagerato da una presenza scenica fortissima: per girare il videoclip, Marracash è in sella ad un vero e proprio elefante, portato nel suo quartiere; uno dei tanti motivi per cui questo pezzo è ancora leggendario nel contesto hip-hop.
La terza strofa chiude con un distinguo tra la propria scrittura e quella generica del lamento pop sentimentale, bollata con un certo sarcasmo, rivendicando per sé un registro più crudo - sangue, mercurio cromo, piombo; che però fa arrivare al pubblico una retorica tangibile, e non la mera lamentela.
Vale la pena ricordare, qui, il dettaglio che l'artista stesso ha raccontato più volte in intervista: il ritmo del ritornello di Badabum Cha Cha nasce dal tema musicale di Dhalsim in Street Fighter II, non da un campione hip hop classico. Il singolo che ha aperto il rap italiano a un pubblico più ampio nasce da un videogioco; coerente con un disco che funziona senza gerarchia tra fonti considerate nobili e fonti considerate basse.
La stessa logica di verifica contro l'imitazione si trova nel brano Sì Sì Con La Testa, uno dei pezzi più apertamente aggressivi del disco, interamente costruito come un processo pubblico ai finti duri della scena. Il ritornello riduce il contraddittorio a un singolo gesto fisico, annuire senza crederci, mentre le strofe smontano uno per uno gli attributi del gangsta da copertina: il presunto boss dello spaccio tradito dai propri stessi gesti, il narcos che non sa nemmeno cucinare, chi millanta una collana vera comprata invece contraffatta al mercato. Il brano chiude su una distinzione che è forse la formulazione più dura del principio: la vita reale di chi delinque per davvero ha solo due possibili epiloghi, non le infinite vite di chi la racconta soltanto in rima:
‘È la vita dei gangster, non quella che fanno i rapper/ ha solo due tragiche conseguenze: la galera o bang-bang’
Trattando un ultimo brano di strada, Triste Ma Vero coi Co’Sang rappresenta un altro passo verso lo smascheramento dell’ipocrisia sociale, con versi taglienti: oggi le persone non hanno fede in nulla se non nelle cose più futili, contano più sui farmaci che sui rapporti umani e danno colpa a cose esterne per giustificare i loro difetti:
‘L’alcol ti tira fuori i lati peggiori, sì, ma restano pur sempre i tuoi’
Alla critica sociale, corrisponde la relativa critica strutturale: se le persone hanno perso speranza e autenticità è frutto del sistema.
‘Triste ma vero, sveglio alle sei e un quarto in metro/ nuove navi di schiavi multirazziali nei vagoni stretti’
Insomma, è evidente che uno dei fulcri del disco d’esordio di Marracash sia quello di far emergere le inadeguatezze che lui stesso ha vissuto, descrivendole nel modo più pratico possibile.

Marracash in sella all'elefante nel video di Badabum Cha Cha
Il ciclo dei vinti
Chiedi Alla Polvere è, per ammissione dello stesso Marracash, il brano che più di ogni altro ha convinto Universal a scommettere su di lui – è infatti già presente in Roccia Music, e in Marracash viene solamente reinterpretato. È però un brano talmente importante dal punto di vista biografico e narrativo, da essere una delle colonne portanti del progetto.
Il titolo, da solo, è già un gesto critico preciso: l’azione corrisponde al titolo del romanzo omonimo di John Fante, che Bukowski contribuì a far riscoprire scrivendone l'introduzione. Infatti, la struttura del brano è un rimando al fulcro narrativo del romanzo: parliamo di un artista solo, povero e disperato ma con grande ambizione. Il gesto di chiedere alla polvere corrisponde direttamente ad una non-risposta, l’unico responso che delle molecole inanimate possono comunicare a qualcuno di tali umili origini. Il messaggio è che anche la vocazione artistica viene dalla polvere e tornerà tale.
Apre con un’intro cantata, già abbastanza esplicativa sul contesto di povertà:
‘All’ombra dei palazzi, guardaci. Che cosa resta a noi? Polvere’
Il pezzo, poi, apre così:
‘Il mio regalo ai nullatenenti, io mullah tra i reietti/ a chi non ha il pane a chi ha perso i denti’
‘Sempre vero, la mia stoffa è di fot*uto tessuto sociale’
Il brano, dunque, inizia con la stessa retorica vista precedentemente; molto simile a quella proposta da Jake La Furia in Falsi Leader: ‘Sono il re degli sconfitti, ma non sono mai andato al tappeto’.
La prima strofa prosegue presentandosi e rappresentandosi come voce di chi non possiede niente, e procede per un catalogo di figure sociali ai margini: chi vive in pochi metri quadri con tutta la famiglia, gli adolescenti che finiscono in carcere, chi esce con i vestiti usati. Tra queste categorie umane, Marra inserisce anche un'affermazione teologica durissima, che riprende un concetto già studiato in I nomi del diavolo, ossia che Dio non è così presente per tutti e poi le condizioni di tanti sono misere:
‘A chi ci è nato, senza fiato, senza fato/ Dio l’ha fatto, è alla sua mensa senza piatto’
Il ritornello è il punto programmatico del brano, quello che valorizza un intero lato del disco: non è nessuna scienza o opera artistica a spiegare come si vive senza niente, il rapporto con la miseria è diretto e vissuto, non mediato da fonti esterne. È un rifiuto esplicito della lettura intellettuale della povertà, proprio mentre Tutto Questo aveva costruito la propria autorità citando Bukowski, Nas e Biggie. Attenzione però: questa tesi suggerisce una gerarchia implicita, in cui i libri restano un riferimento legittimo per chi scrive, ma l'autorità a parlarne può venire solo da chi ci sta dentro, non da chi l'ha studiata o vista da fuori. La polvere di cui parla sembra quasi essere quella del suolo degli Inferi, un luogo di disperazione.
‘Questo pezzo è senza prezzo a chi l’ha chiesto/ chiedi alla polvere, qua è diverso’
Lo sfogo di Marra, allora, è la voce di tanti che adesso hanno la possibilità, al contrario del protagonista del romanzo, di chiedere qualcosa alla polvere ‘che ci avvolge’: una persona che finalmente li possa rappresentare, una persona, una speranza.
La seconda strofa affonda ulteriormente nel quotidiano: chi si sveglia presto per un lavoro onesto e ripetitivo, contrapposto a chi passa notti insonni. La dedica è continua e coinvolge anche chi non è diretto riferimento del rapper: alle madri insonni, al padre che parla solo in dialetto:
‘Cambiano i tempi e modi e il mondo coniuga con l’imperfetto’
Riporto questa barra perché sottovalutata, e a cui do multiple decifrazioni: l’imperfetto di cui parla Marra è sia quello sociale, per cui nel contesto adolescenziale milanese viene visto come imperfetto in quanto mezzo siculo, ma anche quello narrativo, utilizzandolo, come Verga nei Malavoglia, verso un tempo cristallizzato, in una società che agisce singolarmente ma non cambia mai status quo.
Arriva poi uno dei versi più iconici del disco, con un effetto sbalorditivo anche per l’enfasi stessa che l’artista mette:
‘Per i vostri vuoti, riempiti dai nostri voti: sinistra o destra, resta una trappola per topi’
La rabbia politica dell’artista è esplicita qui: per chi sta in basso, la politica non è altro che uno specchietto per le allodole, un mero argomento di discussione da bar, ma i cui effetti non saranno mai realmente tangibili. Per Marra, i topi rappresentano coloro che credono ancora in un sistema funzionante; e come tali seguono un’esca, in questo caso le promesse che, come abbiamo visto, sono ingannevoli.
I versi più importanti e densi dell’intero disco, a mio parere, arrivano proprio al termine della seconda strofa:
‘A mio nonno che in Sicilia ancora spreme la vite nell’orto/ e a mio padre hanno spremuto la vita dal corpo/ e al mio sporco, sporco sud sudicio/ a chi ha subito e vuole tutto subito./ La mia, è una genia di sconfitti, il fot*uto ciclo dei vinti, e finti miti./ La fame atavica, chi ha fame ingoia e non mastica, se masticasse saprebbe il mondo quanto male gli fa’
Questa ottava, uno dei più grandi capolavori dell’hip-hop italiano, rappresenta tutto quello che è Marracash in quel momento: figlio di umili immigrati siciliani che, come ad Aci Trezza, si sono fermati nel tempo. Il nonno, altro soggetto a cui dedica questa canzone, non ha mai smesso di lavorare nei campi, mentre il padre, che sappiamo dai testi essere camionista, ha vissuto una vita così dura, povera e disagiata da esserne stato vittima (come racconterà in Bastavano Le Briciole). I suoi parenti sono così vittima del sistema che lui sta criticando: o sono fermi nel tempo, o non sono riusciti a scapparne vittoriosi. La dedica è a tutto il sud, che per l’artista versa in tali condizioni: è infatti qui che ritroviamo un altro riferimento ai Malavoglia: la genia di sconfitti, che riguarda generazioni di famiglie, coincide con il ciclo dei vinti del Verismo, a cui Marra accosta inoltre i finti miti, forse riferendosi alla Mafia siciliana. La sua fame atavica, quella già rivendicata in Badabum Cha Cha, è quella che più gli dà ambizione, ma è anche quella che gli causa più dolore: Marracash sta ora masticando, e si sta accorgendo solo facendolo quanto ai suoi genitori sia mancato nella vita. Chi ha fame ingoia, perché ha fretta di consumare ciò che non aveva; ma così facendo non può sentire il sapore.
Il ciclo dei vinti è il termine che Giovanni Verga usava nel progetto incompiuto di romanzi sulla miseria siciliana, di cui I Malavoglia è il primo capitolo, uno dei due che portò a termine: una famiglia siciliana incastrata in una sconfitta personale e sociale che si trasmette di generazione in generazione, indipendentemente dal tentativo individuale di migliorare la propria condizione. Il progresso travolge chi non ci è già dentro, si tratta del tema della trappola della povertà, oggi molto discusso in Italia.
L'outro chiude il pezzo in modo filosofico e referenziale:
‘La polvere ricorda chi sei/ sei polvere’
La polvere, ovvero il nulla, interpretato come nulla nichilista o più banalmente come il posto che ti ha cresciuto, si ricorda di chi sei; perché anche tu sei come il nulla: effimero da un lato, segnato per la vita dall’altro. La polvere che copre vecchi mobili richiama l’ascoltatore, poiché entrambi vanno nella stessa direzione. Ovviamente, questa interpretazione è parallela alle parole che hanno ispirato questo finale, quelle della Genesi, ripetute dal sacerdote: “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris” (Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere tornerai). Questo legame metaforico mette a filo una tradizione millenaria, il Mercoledì delle Ceneri (che apre con tale lettura), il concetto latino militare del ‘Memento Mori’ e la poetica del nostro artista milanese.
Una delle ultime tracce, Fatti Un Giro Nel Quartiere, è la versione meno romanzata e più realistica di quanto narrato nella traccia precedente: il rapper, a suon di barre, ci porta a vedere una tipica giornata di periferia disagiata, decantandone tutti i vizi. Dalla scrittura, è evidente che Marracash non ha ancora divorziato da questo ambiente. Chiude su un'immagine che rappresenta la dualità di chi vive in un ambiente simile, a ricordarci che la legge del più forte vige:
‘Gli schiaffi e sottomissioni, senza soccorritori/ possono uccidere il demone che hai dentro per i troppi torti/ o fare sì che lo controlli, ci rende forti’

Chiedi alla polvere di John Fante, edizione Einaudi
La Barona
Se Chiedi Alla Polvere racconta la miseria sotto la lente di rabbia e rivalsa, le due tracce successive la raccontano da un'angolazione opposta e complementare - la gratitudine di Bastavano Le Briciole e la leggerezza comica di Estate In Città. È lo stesso artista che si guarda allo specchio con tre espressioni diverse nel giro di poche tracce, e il contrasto tra questi registri è, a mio parere, una delle prove più convincenti della maturità di scrittura di un rapper al primo disco maggiore.
Bastavano Le Briciole, altro brano generazionale, segue tre fasi scolastiche, elementari, medie e superiori, e ogni fase segna un salto di consapevolezza diverso. La prima strofa apre su un ricordo preciso e doloroso, il furto del camion del padre, e sull’incisività di vederlo per la prima volta in seria difficoltà:
‘Quando rubarono il camion a mio padre ci rimasi male/ ce l’ho impresso, non l’avevo mai visto depresso’
Segue il quadro della casa di una vita molto umile, in una casa di ringhiera piena di immigrati come loro, senza nemmeno i sanitari propri, raccontando il periodo di disoccupazione del padre passato tra i più classici vizi, nel momento in cui però Marracash era solo un bambino. Da quella prospettiva osservava per contrasto i compagni di scuola più fortunati e ricchi, con genitori che gli apparivano educati; lui si vergognava del dialetto dei suoi, della loro apparente ignoranza. La strofa chiude su un dettaglio tenero e dimesso: quando tornava a casa dopo essersi preso qualche colpo al parco, era sempre la madre a occuparsi di lui, mentre lui fingeva indifferenza: ormai, dice, non gli faceva più male davvero. Già da piccolo, aveva compreso che la serenità di chi ci sta attorno è tutto.
Il ritornello fissa l'immagine tramite pochi oggetti concreti: un termos di caffè, poche valigie e un'utilitaria diesel per andare tutti assieme in Sicilia. È qui che il titolo si rivela nel suo vero significato: bastavano le briciole non perché Marracash si accontentasse di poco, ma perché la felicità era frutto di esperienze umili ma con i propri cari, qualcosa che nessuna ricchezza avrebbe potuto sostituire.
La seconda strofa affronta lo sfratto della famiglia e l'impatto che ha avuto sulla madre:
‘E su mia madre ebbe un brutto impatto/ era venuta a Milano sognando una casa privata/ e ora stava alla Barona dietro una risaia’
Da qui il racconto si sposta sulla crescita accelerata dell'adolescenza dell’artista: il periodo delle medie coincide per lui con la violenza scolastica e la logica rozza di chi non ha niente. Passava le sere con gli amici umili a parlare dei miti del quartiere, ed è qui che arriva la seconda dichiarazione d’amore ad una vita semplice ma gratificante:
‘E nel quartiere non hai niente, ma hai veri amici/ non possedere ti rallenta, ma puoi riuscirci’
Infine, la terza strofa porta il racconto alle superiori e introduce la maturità: l’artista realizza presto che i suoi non ce l’avevano fatta, tra sua madre delusa per le condizioni e il padre felice solo al ritorno in Sicilia. Come immigrati, non avevano ottenuto il benessere che speravano. In quegli anni, in preda sia alla crescita che al confronto con la realtà, Marra perde anni dietro a compagnie sbagliate. Qui, in pochi parallelismi, l’artista tira le conclusioni e ci dà una nuova chiave di lettura sull’origine della sua elasticità narrativa:
‘Se dai poveri ho imparato a fare i contanti/ dai ricchi poi a reinvestirli e farne altri/ e dai poveri a parlare come mangi/ ma è dai ricchi che ho imparato a scegliere i ristoranti’
Segue la resa più onesta e affettuosa dell’intero progetto, barre che vanno oltre la quarta parete e parlano direttamente ai genitori di Fabio:
‘Ed io e i miei non siamo mai stati uguali/ chissà com’è che pensavo che non aveste niente da insegnarmi/ sono cresciuto senza mai accontentarmi/ chissà com’è che ora non trovo il modo per ringraziarvi’
Il materiale di questo brano - periferia, vergogna di classe, dialetto, violenza che indurisce o forma - è terreno narrativo pasoliniano: lo stesso sguardo sul disagio sottoproletario urbano che il poeta ha raccontato per anni, con focus particolare sulla vita dei ragazzi figli di proletari, esclusi dalla vita borghese. La differenza è che dove Pasolini ha sempre teso al tragico, Marracash lo allarga anche ad una tesi universale: l’umiltà può regalare gioie che non si comprano col denaro.
Dove Bastavano Le Briciole guarda indietro con gratitudine, Estate In Città guarda il presente con autoironia – scritto davvero durante l'estate 2007 mentre lavorava al disco sotto scadenza. La prima strofa apre su una contrapposizione ironica, citando motivi italiani degli anni ’60 che decantavano belle vacanze al mare. A queste, contrappone la sua realtà: la piscina con le birre, il McDonald’s, l’abbronzatura sul balcone.
Il ritornello ‘anticipato’ satura il desiderio in una ripetizione quasi infantile:
‘Voglio andare al mare’
In chiaro riferimento, dopo Edoardo Vianello, a Vasco Rossi. Segue una minuta descrizione della vuotissima Milano ad agosto, abitata solo da lui e pochi altri, tirando avanti con pochi euro. Il contrasto con il pezzo precedente è palese: se da piccolo poteva partire in Sicilia coi suoi, da adulto non ha più questa possibilità. Un racconto di decadenza:
‘A stare così solo con me stesso/ fra, il succo della vita è che il succo prima era più fresco’
E poi, la mia quartina preferita:
‘Se ripenso alle vecchie vacanze/ con cash o senza eran belle vacanze/ esco di testa qua tra quattro stanze/ io alla finestra conto le ambulanze’
Con una chiusura tra l’amara ironia e il profetico, Marra afferma che tanto non servirà più andare in vacanza d’ora in poi:
‘Vorrei portarti ai tropici, però ho visto al TG che presto i tropici verranno qui’
Vale la pena segnalare che questo è anche il secondo brano del disco a interpolare Vasco Rossi: mentre in Solo Io E Te è presa di riferimento Siamo Solo Noi, qui è Voglio Andare Al Mare. È un filo che va trattato nuovamente come parte del disco: contrapporre la dolce tradizione cantautorale italiana alla sua più grezza scrittura e visione di quartiere.
Parlando della traccia appena citata, si tratta del brano più esposto emotivamente del disco, in cui la leggerezza si interrompe del tutto. Dedicato al suo primo vero amore e cantato a due voci con Jenny B, il brano costruisce la distanza di coppia come condizione quasi strutturale: ognuno chiuso nella propria percezione, con lui che ammette di tenerla a distanza dalla propria testa calda, per proteggerla dall’ambiente marcio che lo circonda. È qui che emerge un principio che tornerà centrale nella carriera dell’artista: quello della pace che lo opprime e della rabbia necessaria per scrivere, lontano dalla costanza di cui una donna avrebbe bisogno.
‘Sono io che percepisco cosa non va/ sono io, il mio unico dio è la libertà/ e questa pace più la cerco e più mi opprime’

Le case popolari della Barona, Milano
Narrativa siciliana
In questo capitolo voglio trattare due tracce particolari e complementari, ovvero due storytelling. Il primo è La Danza Della Pioggia: una tripletta di strofe riprese dalla regia di tre persone differenti, o meglio di tre fasi differenti della vita dello stesso Marracash. Queste tre fasi hanno un raccordo: lo stress per il denaro e la sua ricerca costante.
La prima strofa racconta la ripetitiva e alienante vita di un magazziniere (confermando la tesi della barra precedente sugli schiavi in metro). I versi che si susseguono sono una noiosa lista delle sue mansioni quotidiane, con la naturale conclusione della stanchezza sul ritorno a casa, pronto già a svegliarsi all’alba successiva.
‘Tiro su ogni pacco incellofanato/ dopo lo accatasto sopra ad un bancale/ la fattura a lato e ne aspetto un altro’
L’imperativo è già chiaro: quell’uomo sogna il cash, e lo vuole per svoltare la sua routine degradante. Questa strofa rappresenta il primo lavoro precario di Marracash.
La seconda strofa veste i panni di uno spaccino di quartiere, in cui la prospettiva cambia nettamente: costui non ha orari proibitivi, vive nel comfort e non gli manca nemmeno il denaro. La sua routine è formata da incontri con contatti e soci. Tuttavia, la sera, tornando a casa dopo mille rischi, guarda dei video online. È lì che inizia a crescere l’insoddisfazione: lui per fare soldi mette costantemente a rischio la sua libertà, mentre altri ne fanno di più con un quarto dello sforzo.
‘Ma fra è la sera che faccio il delirio/ che lavoro bene/ che riprendo il giro/ ma c’è sempre un guaio/ sto nello schifo/ guarda quello scemo che fa i soldi in video’
Tralasciando il discorso sulla discrepanza reddituale tra la persona media e chi compare in TV o nei videoclip, è chiaro che qui Marracash sta instaurando un climax narrativo ascendente: il magazziniere invidia il comfort e i soldi del dealer, mentre il dealer stesso invidia l’assenza di rischio dei personaggi pubblici. Il giro prosegue nella strofa successiva.
La terza strofa, e corrente situazione lavorativa dell’autore, è quella del cantante. Egli possiede sia il denaro dello spaccino che la legalità del magazziniere, ma risulta comunque insoddisfatto. Dopo una sfilza di lussi e sfarzi che vive ad ogni tour, facendo sottintendere un ambiente selvaggio e di iene, prova a dormire ma non riesce per via del suo passato. La paura di perdere tutto e di tornare ad una vita qualunque lo consuma, dandogli problemi di sonno.
‘Ma poi nel buio, mi imparanoio/ non ho più sonno, no, non ho più un soldo/ e il CD non vende come ci si attende/ la danza della pioggia mi ritorna in mente’
Così si conclude questa triplice narrazione: una condanna filosofica della natura umana all’insoddisfazione, come fosse una poesia di Leopardi o uno scritto di Schopenhauer. La morale è che se il primo personaggio, ossia il giovane Marracash, avesse i soldi che tanto sogna, avrebbe comunque un altro pensiero che lo tormenta, e così all’infinito. D’altronde, è rinomata la tendenza depressiva di diversi personaggi pubblici e magnati. I motivi sono molteplici, ma un fattore è costante nelle vite di tutti: la danza della pioggia, in tutte le sue sfumature.
Citando una delle sue opere forse più celebri, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, la poesia di Leopardi rappresenta un buon parallelismo con il succo di queste strofe: il momento in cui il magazziniere sogna i soldi e il delinquente sogna ciò che gli manca, e immaginano una danza della pioggia per avere il favore del fato, coincide con il dramma del pastore nel momento in cui, pur avendo tutto, sente di mancare di qualcosa di indefinito, che dia un senso. In particolare, il magazziniere, intrappolato in una routine asfissiante, ha molte somiglianze con il pastore: la caducità della vita e la sua ripetitività senza scopo li opprimono; un pensiero che occupa la mente dell’artista anche mentre è all’apice del suo esordio da cantante.
Con L'Ultima Settimana, per la prima volta, Marracash abbandona del tutto l'autobiografia per la finzione pura, che lui stesso definisce uno storytelling cinematografico, alla De Palma. La trama è raccontata in prima persona da un narratore/personaggio: un uomo milanese sommerso da debiti illeciti, che probabilmente gli costeranno la vita, porta la fidanzata, che non sa nulla della faccenda, in un ultimo viaggio verso la Sicilia, terra natia dello stesso artista. La narrazione è degna di un romanzo: paesaggio e sentimenti descritti in modo minuzioso e suggestivo. Il ritornello si dirama in un monologo interiore del protagonista:
‘Fissami pure, non so dirti la verità/ dai vieni qua e dimmi che anch’io ho un’anima/ se si sa non è più un segreto, ma in realtà/ non so dirtelo’
Insomma, una costruzione narrativa basata su un conflitto interiore dell’artista: con un’analogia a Solo Io E Te, l’uomo vuole mantenere distanti i suoi giri loschi dalla donna che ama: in questo caso cerca pure una sua ultima approvazione, segnale di una sua redenzione.
‘Guardami a fondo, stavolta non basterà/ tu tremi già e sai che qualcosa non va/ non pensarci perché tanto io questa volta/ non so dirtelo’
La prima strofa è ambientata già in auto, in fuga, con lei innocente di quello che lui ha combinato. L’incredulità e la diffidenza fanno da perno alle barre, in una visione colma di rimorsi:
‘E non farmi domande e io non ti dirò bugie/ ma tu non me lo chiedi perché sto sulle mie/ perché ti ho chiesto di partire senza dirlo a nessuno/ perché penso per due che ho sempre pensato per uno’
Chiudendo la strofa con un capolavoro di quartina, tra pessimismo e scherno del fato:
‘“E non c’è più il futuro di una volta”/ leggo al cesso dell’autogrill, che ironia della sorte/ ma non c’è ironia nella morte’
L’antitesi è evidente: prima, in un momento di pausa dai suoi pensieri pesanti, il protagonista legge sul muro parole che gli danno da sorridere amaramente, ma ritira il ghigno immediatamente quando, tornando al presente, si rende conto che lui non avrà alcun futuro.
La seconda strofa porta la bandiera del senso di colpa. La coppia, in attesa alla nave, si scambia sguardi: uno divertito e vitale, uno che sta faticando a trattenere la compostezza. L’uomo si sente colpevole della futura disperazione della compagna. Questi versi sono lo specchio della situazione:
‘E tutto la diverte, ride, la sto a guardare/ semplicemente pensando che le è andata male’
Ad una scena di sconforto, l’artista fa corrispondere i meravigliosi paesaggi siciliani, tra arance e fichi colorati, una grossa tavolata coi parenti e le caratteristiche case di pietra. Di colpo, l’uomo crede di aver concluso la sua redenzione grazie al viaggio, esattamente il suo obiettivo:
‘Lei se ne innamora e io penso che sia un bel modo/ per un uomo di passare la sua ultima settimana’
Dunque, una circostanza emotiva che rimbalza tra la ricerca di un ‘futuro’ perdono da parte della donna, avendole fatto vivere splendidi ultimi giorni, e la ricerca personale di un fin di vita degno, lontano dagli aguzzini di periferia. Tra i dettagli narrativi più efficaci c’è quello dell'amico siciliano che li accoglie a tavola senza fare domande: un codice di discrezione tacito, che rinforza senza bisogno di didascalie l'atmosfera di clandestinità del racconto.
La terza strofa smonta l'illusione costruita in quella precedente: passati i primi giorni, lui non pensa più a scappare, si abbandona nel vivere a pieno quella settimana accanto alla sua donna. Lei si sente viva più che mai, lui si sente morto dentro: non potrà mai più vederla così solare, e lei non lo sarà più. Seguono quattro versi figurativamente eccezionali:
‘Più mi accorgevo di quanto era bella averla/ più si avvicinava il momento di perderla/ e lei era sempre stata lì, come una fune tesa/ e io non mi ero mai allungato per prenderla’
Trovo questa quartina molto importante perché conclude il ciclo dell’autenticità di questo disco: dopo aver ammesso la gratitudine verso i suoi, dopo aver portato a galla la genuinità degli amici di quartiere, conclude per la terza volta che la felicità non risiede in nulla di terreno, ma solo nella felicità di chi ci accompagna nella vita. Inoltre, di nuovo torna a vigere il memento mori: l’artista avrebbe dovuto vivere più il presente quando ne aveva la sana possibilità, invece di piegarsi alle meccaniche di delinquenza. Si è accorto del valore della felicità della compagna solo quando non la avrebbe più vista: lei, però, era sempre stata con lui, pronta ad essere la sua via di fuga. Il rimorso avvolge la scena.
La strofa chiude con il rientro a Milano, la sua ammissione di fallimento e la sua morte. Ha lasciato un biglietto alla donna, lasciandole i soldi che avrebbe dovuto restituire. Sul punto di morte, l’unica immagine che ha in testa è lei felice che balla sulle sue spiagge siciliane.

Il traghetto sullo Stretto di Messina
L’intelligangsta
Trappole chiude il disco chiudendo in un unico principio tutto il filo che lo ha attraversato. L’attenzione dell’autore si sposta sulle trappole che ognuno trova lungo la propria via: sono proprio queste a farci vacillare e perdere autenticità. La prima strofa ne elenca esempi concreti: i finti amici, gli scalatori sociali, l’omologazione, lo sfruttamento, la delinquenza. L’elenco è precisamente personale, e riguarda la sfera di dinamiche che, in un certo momento, hanno messo Marracash alle strette e fatto ragionare, con istinto di sopravvivenza.
‘Quanti erano più grossi/ mentre io ero un fuscello/ è da sempre che per impormi/ ho dovuto usare il cervello’
Il ritornello formula il principio sotto una guida precisa: nella vita, bisogna guardare sempre oltre a dove vedono banalmente gli occhi, senza mai dare per scontato nulla. Dietro ogni persona e dietro ogni gesto si nascondono sempre altre realtà. Il rapper vuole ammonirci: se vuoi poter vivere libero, devi saper muoverti con attenzione e perspicacia.
La seconda strofa estende il principio a tutti gli ascoltatori: la libertà è limitata da trappole ben più banali se non le sai riconoscere e trattare: uno sguardo, un saluto, una donna, un lavoro straniante, il confinamento sono tra quelle più concrete, ma sono soprattutto invidia, ansia e la paura le trappole che affliggono più persone.
Il clima descritto è pessimistico, in cui ciò che ci circonda nasconde del losco: una trappola tira l’altra, e la paura e l’ansia di uno creano nuove trappole, generando una catena di negatività che attraversa rapporti umani. Il pezzo chiude con un monito per il sé del futuro, per non essere mangiato dalla trappola più luccicante:
‘Non lascio che l’ambizione mi intrappoli le parole/ la gabbia è la seduzione/ piacere a tante persone’
Che poi il rapper abbia o no rispettato questa sua convenzione è opinabile, ma un pensiero è certo: questo primo banco di prova possiede carattere, autenticità e ambizione da vendere, ed è per questo che ancora oggi è ricordato dai fan più affezionati come un gioiello dell’hip-hop italiano. Fan come me, che ho intitolato il progetto, BLB, proprio in onore ad una delle tracce meglio interpretate di sempre.

Marracash sul palco del Marra Block Party alla Barona
Opere citate
Chiedi alla polvere, J. Fante, 1939
I Malavoglia, G. Verga, 1881
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, G. Leopardi, 1831
Il mondo come volontà e rappresentazione, A. Schopenhauer, 1819
Opere di Pier Paolo Pasolini, 1955-1975
Carlito’s Way, B. De Palma, 1993
Street Fighter II, Capcom, 1991
Siamo solo noi, Vasco Rossi, 1981
Voglio andare al mare, Vasco Rossi, 1980
Falsi Leader, Club Dogo, 2006
Potrebbe interessarti anche
Un'email per ogni nuovo articolo, niente spam. Leggi la Privacy policy.
